“Alla base del nostro credo nonviolento
c’è la convinzione che ci sono cose così care,
 cose così preziose ed eternamente vere
per le quali vale la pena morire.
Un uomo muore quando smette di
lottare per quello che è giusto.”
(M. L. King)

Io – Noi – Cristo
verso il “Sì” per sempre

Carissimi/e famiglie, amici ed amiche, fratelli e sorelle di Comunità, all’inizio di questo nuovo anno pastorale che ci accingiamo a percorrere, vorrei porre a tutti voi una domanda a bruciapelo: cos’è il coraggio?
Andando incontro alle mie spontanee sinapsi, mi viene la seguente sintesi che mi aiuta a capire cos’è il coraggio anche attraverso il suo contrario:
“Il coraggio uno non se lo può dare”, sosteneva don Abbondio, che certamente non abbondava di coraggio ma trasudava paura mista a viltà.
“Il coraggio ce l'ho. È la paura che mi frega...” (Totò)
Alla luce di tutto ciò, penso che la paura e il coraggio abbiano un confine flebile... la paura intravede e riconosce il coraggio e quest’ultimo la percepisce esprimendosi in fortezza e continuità.
Ma andiamo all’etimologia:
Il coraggio (dal latino coraticum o anche cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cor = cuore e dal verbo habere = avere: ho cuore) è la virtù umana, spesso indicata anche come fortitudo o fortezza, che fa sì che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, affronti con serenità i rischi, non si abbatta per dolori fisici o morali e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, il pericolo, l'incertezza e l'intimidazione.
In linea di massima, si può distinguere un "coraggio fisico", di fronte al dolore fisico o alla minaccia della morte, da un "coraggio morale", di fronte alla vergogna e allo scandalo".
Il coraggio allora nasce dal cuore... è una questione di cuore il coraggio... è l'ancoraggio al cuore di chi ama e non si ferma.
“Questione di feeling” allora!
Il coraggio inizia quando hai paura... e la paura ti può rendere pigro, ti può suggerire giustificazioni che ti possono apparire valide e solide come roccia; ma senti nel tuo cuore che diventa più forte la voce della Verità e del coraggio e non sei tranquillo se non cerchi di accoglierla e di farla fluire in te e attraverso di te.
Coraggio è quando sei ben cosciente delle tue forze e delle tue scelte e cerchi di muovere passi per nuovi cammini di riconciliazione e di fraternità anche se non sai sempre dove ti porteranno e se arriverai alla meta.
Ho scoperto un’espressione che viene dalla cultura giapponese:
Come l'acqua 【水】che scorre 流, le nuvole【雲】si muovono【行】.
Qualunque avvenimento ci accada, anche un rannuvolarsi cupo del cielo, è destinato naturalmente a passare.
Il coraggio è continuare a vivere con costanza ed impegno, adoperandosi per il cambiamento personale e sociale perché il sole brilla sempre e comunque al di sopra delle nuvole.
Infatti così hanno vissuto Edith Stein e don Milani, così oggi ci testimoniano le madri del movimento “Women Wage Peace”.
Edith Stein, S. Teresa Benedetta della Croce (1891-1942), è stata una donna coraggiosa perché amava. Ebrea di nascita, brillante filosofa, assistente di E. Husserl, rinunciò alla fede divenendo agnostica. Accolse poi la fede cristiana. A causa dell’ascesa al potere di Hitler, lasciò l’insegnamento. Entrò nel monastero carmelitano di Echt. Il 2 agosto 1942 venne arrestata dalla Gestapo. Insieme alla sorella Rosa con grande forza d’animo e determinazione affermava di voler vivere la passione con il suo popolo entrando nelle sue sofferenze: ”Su, andiamo per il nostro popolo”. Deportata su un treno della morte, dal finestrino affidò ad una donna un messaggio criptico, ma comprensibile per la Comunità delle sue sorelle: “Saluti le suore di Santa Maddalena, sono in viaggio verso l’Oriente”. Ove Oriente stava ad indicare sia Auschwitz in Polonia che Il Sole di Giustizia, di quella Giustizia altra che è Cristo.
Una messaggera forte e coraggiosa di pace, S. Teresa Benedetta della Croce, figlia della prima alleanza, riconobbe Cristo, nuova ed eterna alleanza del Padre per l’umanità, si abbandonò nelle mani del Padre fiduciosa, come Cristo sulla Croce.
Quest’anno ricorre il 50 anniversario della morte di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana che diede la vita per i ragazzi di quella zona fiorentina abbandonata e dimenticata, come si suol dire, da Dio e dagli uomini. Lui, mandato lì in una sorta di esilio, trasformò quel luogo che era un cimitero in una mirabile scuola di vita. Scuola aperta “365 su 365 e un giorno in più considerando l’anno bisestile”.
L’ “I Care” che campeggiava nella scuola di Barbiana, era intriso di speranza e di coraggio.
Di speranza, perché Barbiana significava, per i ragazzi che seguivano il priore, riscatto e passaggio dalla reclusione culturale e civile a processi di liberazione umana in toto.
Di coraggio, perché si contrapponeva al motto fascista del “me ne frego”! Ancora oggi questo motto rigurgitante di ignoranza fa capolino, spesso e volentieri, nella nostra Italia. Purtroppo!
La Preghiera delle Madri: Mother’s prayers
Un anno fa, il 4 ottobre, circa 4000 donne e madri, ebree, musulmane e cristiane, hanno preso parte a una marcia lunga 200 chilometri, durata due settimane, per chiedere al governo israeliano di instaurare un rapporto di pace con i palestinesi. Sotto la finestra del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, si è conclusa, con questo fiume in piena, la marcia della solidarietà e della pace contro guerra, razzismo e divisioni. Alla manifestazione è intervenuta anche Leymah Gbowee, Nobel per la Pace nel 2011, che contribuì, mediante un movimento pacifista, alla fine della guerra civile in Liberia. L'evento è stato quasi totalmente ignorato dai nostri mass-media nazionali.
Women wage peace è un movimento apolitico e apartitico, una spontanea associazione di donne con il comune intento di seminare dialogo e pace in questi territori da sempre travagliati da conflitti, odi ancestrali e morti violente.
Durante il pellegrinaggio hanno cantato ripetutamente: “Non svalutare nessuno, salva ogni persona nel tuo cuore perché un giorno potresti ricordarti e percepire che hai perso un diamante, quando eri troppo occupato a raccogliere pietre”.
Lo Spirito (Ruach) del nostro Dio, che è Padre e Madre, certamente ha ispirato la preghiera di queste donne e madri, che certamente non andrà persa!
Cinque passaggi per la nostra Comunità
Per la nostra Comunità, alla luce di questi testimoni di coraggio, scaturiscono cinque passaggi impegnativi ma non impossibili da ritrovare come “Io – Tu – Noi – Verso il “Sì” per sempre”:

1. Il coraggio di ascoltarsi, saper stare in sé avendosi a cuore.
2. Il coraggio di amare il prossimo e di perseverare. 
3. Il coraggio di resistere - resilienza - nella nostra società.
4. il coraggio di preparare la trasformazione.
5. Il coraggio di dialogare con Dio anche nei momenti no della vita.
 
Tracce bibliche per momenti di deserto
Vorrei proporre dei brani biblici per un momento personale e comunitario di meditazione e di preghiera, utili per imbastire la virtù del coraggio:
⦁ Imparare ad amare aprendosi al futuro di Dio: Mt 22,34-40.
⦁ Interrogarsi, assumendo sempre più l'arte del camminare insieme.... del fare SINODO, dell’ascoltarsi ed ascoltare, con il metodo di Gesù, così come ce lo descrive san Luca nell’incontro con i due discepoli di Emmaus: Lc 24,13-49;
⦁ Fare discernimento:
⦁ nel proprio cuore: Mt15,10-20;
⦁ intorno a noi: Mt 7,15-20;
⦁ valutare le cose che accadono fuori di noi: Lc 12, 54-59;
⦁ scoprire il Regno di Dio che è liberazione dai mali: Lc 11, 15-26.
Allora, carissimi/e compagni di viaggio, con il seme del coraggio, rischiando, si prepara il molto!
Infatti, un giorno Gesù disse alla Cananea: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. Nove secoli prima di Cristo, una semplice donna del villaggio di Sarepta di Sidone, in pieno tempo di crisi e di carestia, accoglie a casa sua Elia, l’uomo di Dio. Ha solamente un poco di farina e di olio. Questa vedova non esita a fare tre pani con tutto ciò che le resta. Ed avviene l’insperato... farina ed olio non le mancheranno più! (1 Re 17,1-16; Mt 15,21-28). “Non è forse una parabola anche per la nostra vita? Non c’è quasi più nulla di riserva e, con quel poco, inesauribilmente si vive l’insperato”.
Buon cammino allora!
Con affetto benedicente, p. Giorgio

p.s.: Ops, un momento… ho ancora qualcosa da dire…!
Vorrei condividere con voi alcuni tratti di due personaggi, uno mitologico e uno biblico, Ulisse e Abramo.
Bella ed avvincente è la descrizione che Tennyson fa di Ulisse. Ne riporto solo alcuni brani.
⦁ “A poco giova che un re ozioso…
⦁ Non posso smettere di viaggiare: berrò ogni goccia della vita…
⦁ Sono parte di tutto ciò che ho incontrato…
⦁ Com'è sciocco fermarsi, finire, arrugginire non lucidati, non brillare nell'uso! Come se respirare fosse vivere!
⦁ … di una sola (vita) a me poco rimane: ma ogni ora è salva da quell'eterno silenzio, qualcosa di più, un portatore di nuove cose; e vile sarebbe per tre soli (giorni) ammucchiare e accumulare io stesso…
⦁ Lì giace il porto; il vascello gonfia la sua vela: là si oscurano i neri, estesi mari. Miei marinai, anime che hanno faticato, e lavorato, e pensato con me… voi ed io siamo vecchi; la vecchia età ha ancora il suo onore e la sua lotta; la morte chiude tutto: ma qualcosa prima della fine, qualche lavoro di nobile natura, può ancora essere fatto, uomini non sconvenienti che combattevano contro gli Dei.
⦁ Venite, amici miei, non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo… Spingetevi al largo… perché il mio scopo consiste nel navigare oltre il tramonto, e i bagni di tutte le stelle occidentali, finché io muoia.
⦁ … Anche se molto è stato preso, molto aspetta; e anche se noi non siamo ora quella forza che in giorni antichi mosse terra e cieli, ciò che siamo, siamo; un'eguale indole di eroici cuori, indeboliti dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà di combattere, cercare, trovare, e di non cedere».

Abramo è diverso da Ulisse: Vocazione di Abramo, Gen. 12,1-6
⦁ “Il Signore disse ad Abram: «Esci dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Abram dunque prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan. Arrivarono al paese di Canaan e Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Moreh”.
Il coraggio di Ulisse tocca la temerarietà. Quello di Abramo è fondato sulla chiamata di Qualcuno che lui sente nel proprio cuore.
Ambedue partono: la meta del primo è quella di non avere mete e quella del secondo è di orientarsi verso la terra promessa.
L’uscita dalla propria terra di Ulisse rappresenta una voglia di dare ascolto allo spirito di curiosità, investigazione e di ricerca dentro di lui.
L’uscita di Abramo ha un duplice significato, come fa notare E. Bianchi ne “Il cammino dell’uomo” di M. Buber: “L’uomo per la sua crescita e per raggiungere l’autenticità deve innanzitutto tornare a se stesso: Lek-lekà, ma anche leki-lekà, “và” verso te stesso, ritrova te stesso, quindi ritrovare se stesso, raggiungere il proprio destino, risalire alla sua fonte. L’uomo deve cioè fare della sua vita un cammino, rispondendo alla domanda: “Dove sei?” senza tentativi di nascondimento o affermazioni di impotenza. Quindi chiaro è l’invito da parte di Dio per l’uomo, per ogni uomo ad entrare in se stessi, nelle proprie profondità.
Ulisse ascolta la sua voce, Abramo quella dell’Alterità in lui.
Penso che Ulisse sia un viaggiatore, esploratore, precursore dei tempi moderni in cui le conquiste di nuovi “mondi” con violenza e appropriazione ingiusta (pensiamo alla conquista dell’America) sono state e sono a tutt’oggi all’ordine del giorno.
L’ interlocutore di Ulisse è se stesso e il riflesso di se stesso, i suoi compagni di avventure avvincenti.
Dal cuore di Abramo emerge da un lato, quell’essere ospiti e pellegrini (peregrinus = straniero) innanzitutto a se stessi, non conoscitori pieni di se e bisognosi di accogliere se stessi e gli altri e, dall’altro vedere la natura non come possesso o oggetto da soggiogare ma come realtà, organismo vivente nel quale essere accolti e vivere nell’armonia.
Mentre Ulisse fa esperienza del ritorno successivo alle stesse cose: un tour con macabro rientro, Abramo nel percorso lineare verso il paese che “io ti indicherò”, sperimenta volti, accoglienze e condivisioni, purificando la visione che aveva di un dio assetato di sangue a quella del Dio della vita che salverà, successivamente, suo figlio Isacco dalla morte cruenta (cfr. Gen 22,1-18).

Alcune domande aperte:
⦁ Potrebbe essere considerato il movimento di Ulisse quello dell’ “eterno e ciclico ritorno”, della serie tutto è déjà vu e quindi tutto inizia daccapo (una sorta di palingenesi)?
⦁ Il movimento lineare e progressivo di Abramo potrebbe indicare il semplice cammino dell’uomo verso la trasformazione e crescita della vita a livello personale, relazionale, umano e divino?
Il cammino di Abramo ci fa intravedere che il nostro Dio è un Dio nomade, che accompagna il popolo che ama e sceglie… e che accompagnerà tutti gli esseri viventi nessuno escluso.
Egli si accorge che la meta ufficiale è arrivare lì, “alle querce di Moreh” in Sichem, ma si rende conto che la vera meta è cercare e lasciarsi cercare dall’Alterità immanente e struggente del Dio in sé.
A volte si può partire per svago, per uscire dalla monotonia quotidiana, con una semplice sete di conoscere nuovi luoghi geografici e questo è bello e sacrosanto. L’importante è partire, è sentirsi sempre in cammino e trasformare chiusure e tentazioni di vivere come se gli altri non esistessero in opportunità di conoscenza ed ascolto del prossimo.
Ulisse è come un adolescente che ha bisogno di conoscere se stesso senza saperlo e si muove, viaggia e vive. Bene. Abramo è come una persona che vuole diventare adulta e non essere “adultescente”, alla ricerca di completezza e armonia e ha sete di un Novum che è l’inatteso, la sorpresa, la novità perenne della vita: l’incontro con Dio Amore e con gli altri riflesso di Lui.
Due modi di vedere e concepire la vita che possono incrociarsi e mai incontrarsi o ascoltarsi e cogliersi nelle diversità senza guerre e odi, ma con l’ascolto reciproco del cuore che arricchisce sempre.

Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all'uomo.
Ama la nuvola la macchina il libro
ma innanzi tutto ama l'uomo.
Senti la tristezza
del ramo che si secca
del pianeta che si spegne
dell'animale infermo
ma innanzitutto la tristezza dell'uomo.
Che tutti i beni terrestri
ti diano gioia,
che l'ombra e il chiaro
che le quattro stagioni
ti diano gioia,
ma che soprattutto, l'uomo
ti dia gioia.

Questa poesia che il poeta turco Nazim Hikmet scrive al proprio figlio può diventare un’occasione di confronto e di riflessione tra il modo di vivere di Ulisse e quello di Abramo.
Peccato che, come figli di Ulisse o di Abramo, non abbiamo sempre seguito “virtute e conoscenza” ma storie infinite di “guerre giuste” ignorando cammini o navigazioni pacifiche e in-nocenti che portassero alla vita piena e fraterna tra i popoli.
Mentre concludo questa mia lettera fraterna, ancora una volta una vexata quaestio: papa Giovanni XXIII è stato un uomo artigiano di pace (Pacem in terris) o un terribile guerrafondaio, tanto da essere stato “prescelto” quale Molok protettore di eserciti e di missioni apparentemente di pace?
Allora, chi ci salverà?
C'è un quadro: “La nave” di Laska Oskar (1874-1953), che ho vista dal vivo in una mostra all’estero, che sembra rispecchiare la nostra società che appare come una barca con tanta confusione e ingarbugliamento, in lingua napoletana diciamo: “na varca scurdata”, ci viene in aiuto Sant'Agostino che scrisse: “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle”.
Allora noi tutti, gente del Sacro Cuore, nelle vicende della vita, vogliamo fare esperienza del coraggio di Abramo nel cammino che conduce a Cristo.
Rifletteremo in particolare, lungo l’intero corso di quest’anno su nove “perle preziose”:

1. Accogliere le novità e i cambiamenti.
2. Affrontare con serenità separazioni e lutti.
3. Impegnarsi e fare.
4. Accogliere l’altro e far fare.
5. Entrare in relazione.
6. Perseverare.
7. Fare chiarezza.
8. Essere se stessi.
9. Pregare.

Auguri di cuore
p. Giorgio
Portici, 19.09.2017
Solennità di s. Gennaro martire
 
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