Anno pastorale 2018 / 2019

Lettera fraterna: Pellegrini verso il Regno

“Mio padre era un arameo errante”

Carissimi fratelli e sorelle della Comunità del Sacro Cuore di Gesù,

iniziamo un nuovo anno pastorale all’insegna di una parola speciale che lo caratterizzerà per intero: “Sinodo” parrocchiale.

Quest’anno inizieremo a muovere i primi passi per prepararci per bene al “sinodo”. Sarà un tempo caratterizzato dall’ascolto e dall’apertura a tutte le famiglie del territorio parrocchiale. Esso sarà preceduto da due visite a tutte le 1600 famiglie del territorio parrocchiale (“Missio alle famiglie”) e, successivamente, con la presenza di coloro che aderiranno all’invito, si formeranno tanti gruppi sinodali di ricerca, di confronto intorno a tematiche relative al mondo, alla fede, alla storia che stiamo vivendo oggi (P.C.S.: Piccole Comunità Sinodali). Chiaramente, per tentare di fare le cose per bene, arriveremo a celebrare in pieno il Sinodo nei mesi di ottobre-dicembre 2019.

Inoltre, come Chiesa in sintonia con papa Francesco e i vescovi che provengono da tante parti del mondo, vivremo l’esperienza di un Sinodo speciale dedicato ai giovani sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Le premesse a questo speciale momento sinodale che sarà celebrato in questo ottobre, sono state date lungo il corso di quest’anno da tantissimi giovani di tutto il mondo che hanno scritto al papa, da educatori, da esperti, da cristiani laici e religiosi. Sarà certamente un momento di grazia e di Spirito Santo. L’importante è che i giovani divengano protagonisti nella loro vita, nella società, nella Chiesa con il soffio speciale dello Spirito di Dio: “Thalità kum!”, “Gesù presa la mano della bambina, le disse: «Thalità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!”

Cosa significa sinodo?

Sinodo significa camminare insieme.

Sì, siamo dei pellegrini che attraversano il mondo. Non vogliamo essere dei visitatori o accaparratori di terre, ma semplici pellegrini. Non vogliamo diventare dei “land grabbing”, tristi conquistatori di terre, neo colonizzatori di un mondo vecchio in cui non c’è spazio per tutti ma solo per alcuni.

Ecco perché siamo in cammino con Abramo e con tutte quelle persone che vengono enumerate dal testo della lettera agli Ebrei quali testimoni sulle orme di Dio e che attraversano mirabilmente 1000 anni di Storia della salvezza.

Il ricorso ai patriarchi e all’immagine del cammino è continuo in me. Non riesco a concepire un cristianesimo sradicato dalla storia e da una ricerca sincera del volto autentico di Dio rivelatoci da Cristo.

Mi piace riportare, in questa lettera, il testo per intero che si presta immediatamente ad una meditazione efficace sulla fede. Grandioso!

1 La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.

2 Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza.

3 Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.

4 Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.

5 Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio.

6 Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s'accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano.

7 Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un'arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede.

8 Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.

9 Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa.

10 Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

11 Per fede anche Sara, sebbene fuori dell'età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso.

12 Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.

13 Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra.

14 Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria.

15 Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi;

16 ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città.

17 Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio,

18 del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome.

19 Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.

20 Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future.

21 Per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi all'estremità del bastone.

22 Per fede Giuseppe, alla fine della vita, parlò dell'esodo dei figli d'Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.

23 Per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell'editto del re.

24 Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone,

25 preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato.

26 Questo perché stimava l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto; guardava infatti alla ricompensa.

27 Per fede lasciò l'Egitto, senza temere l'ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l'invisibile.

28 Per fede celebrò la pasqua e fece l'aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti.

29 Per fede attraversarono il Mare Rosso come fosse terra asciutta; questo tentarono di fare anche gli Egiziani, ma furono inghiottiti.

30 Per fede caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni.

31 Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl'increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori.

32 E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti,

33 i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni,

34 spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri.

35 Alcune donne riacquistarono per risurrezione i loro morti. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione.

36 Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia.

37 Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati -

38 di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.

39 Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa:

40 Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

Vogliamo essere pellegrini, come gli apostoli, inviati “in tutto il mondo” a portare la gioia dell’annuncio di liberazione da ogni male e di immersione nelle profondità dell’Amore di Dio, avendo davanti a noi questa carovana inconfondibile di uomini e donne di buona volontà.

Ma chi è il pellegrino? Quali sono le caratteristiche di un pellegrino?

Pellegrino non si nasce ma si diventa. È una persona che matura e cresce, diventando nel suo cammino pacifico e attento alle piccole cose della vita. Non è un sognatore con la testa tra le nuvole, né un uomo arido e pragmatico - materialista.  Possiamo dire che si libera lungo il cammino, da sovrastrutture che lo rendevano prigioniero di pregiudizi e che lo tenevano lontano dagli altri.

Peregrinus significa colui che non conosce bene se stesso, colui che è straniero a se stesso e, nel momento in cui decide “nel suo cuore il santo viaggio”, conosce se stesso e questo lo abilita ad aprirsi serenamente agli altri.

I primi cristiani avevano nel proprio DNA quell’essere pellegrini, quell’andare evangelizzando non tanto per un dovere morale ma per la gioia di trasmettere agli altri la bella novità della morte e resurrezione di Cristo, mistero di amore di Dio per l’umanità.

Ora, attraverso alcuni simboli che descriverò, potremo comprendere meglio il significato di pellegrino.

Ci viene in aiuto, in questo, don Tonino Bello il quale, immagina di vivere al tempo di Gesù e di ricevere, dalla Sua viva voce di Risorto, un mandato speciale, con la forza dello Spirito, per essere un testimone di Lui dovunque nel mondo.

Don Tonino porterebbe con sé, come pellegrino e viandante della terra, oltre ogni confine, “un bastone, la bisaccia del cercatore e, all’interno della bisaccia, cinque simboli specialissimi: un ciottolo del lago, un ciuffo d’erba, un pezzo di pane, una scheggia della croce, un calcinaccio del sepolcro vuoto”.

Non si tratta certo di souvenirs accattivanti acquistati su qualche bancarella o di oggetti da collezione, belli a vedersi.

Mi associo anch’io, assieme al beato don Tonino, ad accogliere e a cogliere la provocazione e l’evocazione forte di questi simboli da immettere nella bisaccia in cammino per il mondo!

L’interpretazione dei simboli è personale.

Il bastone

Il bastone ci riporta alla realtà dell’esodo, a Mosè e a coloro che sono andati oltre le prigionie delle chiusure, delle paure e delle schiavitù, accettando di mettersi in cammino lungo i crocevia del mondo.

Se si vive nei propri confini, stabiliti da guerre antiche e sanguinarie, se si resta all’interno dei propri campanili e chiese, paesi o città, si diventa tristemente campanilisti. Solo quando ci si mette in marcia, e con gli altri, si scopre che il lontano orizzonte del Regno di Dio da raggiungere, ti invita a muoverti.

Con il bastone vai oltre, lasciando alle spalle ciò che è inutile e ciò che ti faceva inciampare.

C’è altro da vivere e da affrontare!

La meta sta a indicare un arrivo felice e sempre foriero di nuove partenze: di Sinai in Sinai per Mosè, di Oreb in Oreb per Elia, di monte in monte per i discepoli-apostoli di Gesù, “di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore”, per noi tutti (2 Cor 3,18).

Fratel Arturo Paoli afferma: “Qui la meta è partire; il mio professore di filosofia, un giorno mi disse: "tu sei quest’uomo cosmico". Successivamente ho compreso il senso… Io non mi sento esistenzialmente vecchio, fisicamente sì, culturalmente e spiritualmente no. Io sento dentro di me battere la storia, l’umanità, il cambiamento del mondo che non mi viene dalle letture, ma è parte di me”.

Guardandoci intorno, ci scopriamo parte di quella carovana costituita da un’umanità che brulica da tutte le parti e che invoca vita e speranza. 

In più di un’occasione ho descritto la necessità di ritrovarci imperfetti e parte di questa umanità fatta di storpi, ciechi, zoppi, muti, sordi, ammalati che, nella misura in cui camminano mirabilmente insieme, possono scoprirsi sanati e capaci di accettazione reciproca, di sperimentare le giuste distanze ovvero la danza della vita che nasce dal mutuo aiuto, dal perdono, dal riconoscimento.

Vorrei estendere idealmente a tutti, un’espressione di E. Drewerman che riferiva alla persona del prete: “Il guaritore ferito”, che poi è il titolo di un suo bellissimo libro. Sì, portiamo tutti delle ferite e, nello stesso tempo, intenzioni di bene verso gli altri. Se le ferite però, vengono sanate, ci si trasforma, si migliora e il mondo, i compagni di viaggio non sono più nemici da combattere ma persone con cui confrontarsi e viaggiare insieme. Ripeto con la giusta cautela e senza idealismi. Prendere coscienza delle ferite, mettersi in marcia e, camminando, inizia un’avventura nuova in cui si sperimenta il flusso dell’ amore- compassione reciproci. “Le ferite si possono trasformare in feritoie” che lasciano passare la luce.

Durante il viaggio nascono spontanee le invocazioni:

⦁ “Di Te ha detto il mio cuore: "Cercate il suo volto; il Tuo volto Signore io cerco. Non nascondermi il Tuo volto.”

⦁ “O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua.” 

⦁ “Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L'anima mia anela e desidera gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente.”

E tante ancora… unite a tentativi di ascolto, di dialogo con i nostri compagni di viaggio.

Spesso capita che un’immagine di Dio imbrattata e mal compresa possa portare ancora di più oggi a cadere in un baratro di nuove guerre, di odi e fraintendimenti non solo tra cristiani e tra persone di altre fedi ma anche nella società. L’imbarbarimento, l’incattivimento sembrano delle qualità al contrario, riscontrabili ordinariamente, e non è assodato che anche noi non ne possiamo essere contagiati.

Come, per esempio, il recitare una sorta di mantra in maniera istintuale e indiscriminata: “prima gli italiani e poi gli altri”, può peggiorare la grave deriva umana in cui ci troviamo, purtroppo!

La foto della scarpa del migrante, all’inizio della lettera, sta ad indicare la nostra storia, quella che viviamo e attuiamo con gli altri direttamente ed indirettamente oggi. Il rosso pomodoro non richiama una serata intorno ad una pizza con gli amici quanto piuttosto lo sfruttamento di schiavi divenuti fantasmi. Se notate bene, la scarpa è abbandonata, la persona non c’è più!  

Benvenuti nel disumano “ragionevole” ovvero falsamente ragionevole e giustificabile. Meglio: ingannevole e manipolatore.

Una battuta che vi riporto, nasce nel periodo conciliare che ha rappresentato davvero la primavera della Chiesa, la quale ha iniziato a respirare in sintonia con tutti gli uomini e donne di buona volontà del mondo oltre i muri delle religioni, per un’umanità riconciliata e dialogante.

L’aneddoto l’ho ascoltato dalla viva voce dell’anzianissimo presidente di Pax Christi, mons. Bettazzi, allora il più giovane vescovo del Concilio Vaticano II: “Un uomo va in paradiso e viene accolto da s. Pietro, che gli presenta le varie realtà del Cielo. Arrivati di fronte ad una parete, s. Pietro, di botto, gli chiede di stare in silenzio. “Ma perché?”, chiede sorpreso il nuovo ospite e s. Pietro gli risponde: “perché di là ci sono i cattolici che credono di salvarsi solo loro”. Quando era ricorrente prima del Concilio l’affermazione: ”extra Ecclesiam, nulla salus”.

Oggi abbiamo un estremo bisogno di conoscerci, riconoscerci, accoglierci nelle diversità anche religiose, rispettarci nelle identità non oppositive ma dialoganti, quali persone che hanno in comune “il rizoma universale” che è il cuore umano (Balducci E.).

Con il bastone tra le mani non ti fermi ma puoi rallentare. Non esci dalla carovana  ma prosegui con perseveranza. Esso è segno di un cammino senza fine, percorso assieme a Cristo, instancabile pellegrino della storia. “Il Tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza!”.

Bella l’icona dell’amicizia che campeggia nei ritiri di avvento, quaresima e pentecoste. Essa rappresenta Gesù con la mano sulla spalla dell’abbate Apamena. Ambedue appaiono stanchi. Gli occhi sono grandi, ti scrutano, ben aperti e, nello stesso tempo, guardano lontano. Ti trasmettono un senso di pace e voglia di contemplare nelle cose e negli altri il volto di Dio.  

La bisaccia

La bisaccia serve per portare semplici cose. Non si può essere avidi di oggetti sino a “cosificarsi”. In  una bisaccia c’entra poco. Nelle nostre case abbiamo tra i 10.000 e i 15.000 oggetti e tanti altri vengono usati e gettati via!

Quando mi appresto a fare un viaggio, sorrido nell’esercitarmi a inserire nella valigia il necessario, per evitare che, pesando di più, si debba poi pagare un supplemento, riflettendo sulla difficoltà che provo a voler inserire altro in essa. Sembra che tutto sia necessario.

Per vincere la sfida del superconsumo, accettiamo, come afferma F. Gesualdi, di sacrificare gran parte del nostro tempo al lavoro. “Infatti, per acquistare un cellulare del valore di 180 euro, occorrono più di due giornate di lavoro, circa 18 ore. Per un televisore al plasma di 400 euro, 40 ore e per acquistare un auto di media cilindrata, 1500 ore di lavoro, addirittura sei mesi! Includendo carburante, tasse e quant’altro, si aggiungono altri 445 euro l’anno, 440 ore di lavoro. Se includiamo il tempo per il viaggio, il traffico, l’auto assorbe un migliaio di ore della nostra vita all’anno”.

E allora, purtroppo: poco bene, niente essere, niente benessere.

Nella società degli acquisti, a prescindere se si sia in grado o meno di sostenerli, le relazioni umane diventano effimere e transitorie.

Dunque, la bisaccia è per coloro che si pongono sulla strada dell’essenzialità e della reciprocità, del dare e avere, del confronto e dell’accettazione dell’altro in quanto altro, dell’altro non tanto come destinatario della nostra “elemosina” e del nostro aiuto, ma dell’altro così com’è, figlio di Dio come noi e fratello nel cammino.

Ho letto da qualche parte che l’altro va guardato dall’alto in basso solo quando dobbiamo dargli la mano per risollevarlo da una sua  caduta. E viceversa.

L’ascolto diventa allora fondamentale per trovare altri compagni di viaggio sulla via. Ma come si ascolta?

“E si ascolta con tutta la persona. Si ascolta con l’udito, raccogliendo le parole, ponti costruiti per unire le rive che ci separano e raccogliendo i silenzi, quelli che a volte gridano con il loro scomodo fragore perché sanno di solitudine, ingiustizia e agonia di persone e di paesi interi” (J.C. Bermejo).

Gesù, guarendo il sordomuto, lo rende capace di ascoltare, capire, comunicare, quindi lo restituisce alla vita piena delle relazioni.

«Gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano» (Mc 7,32) poiché avevano sentito parlare della potenza di Dio in Gesù. Riconoscono in Lui il Messia descritto da Isaia: “si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi” (35,5-6).

Il sordomuto prima appariva agli altri ottuso, spento, senza energia, stolto con  difficoltà di parola, balbettante. Gesù lo libera affinché sanato, possa liberare altri. Ecco la cordata della speranza e della trasformazione nell’amore.  

Il ciottolo del lago

Esso ci riporta al mistero della chiamata degli apostoli e di ciascuno di noi. Senza la scoperta della chiamata non si può essere pellegrini al seguito di Cristo. Senza lo sguardo del maestro che chiama non c’è meta ma uno sterile accasarsi.

La chiamata di Cristo è una chiamata specialissima. Paolo VI diceva che essa è “per i forti e per i ribelli alla mediocrità e alla viltà della vita comoda ed insignificante. È per quelli che ancora conservano il senso del Vangelo e sentono il dovere di rigenerare la vita ecclesiale, pagando di persona e portando la Croce”.

La chiamata di Cristo è risuonata sul lago di Tiberiade tante volte.

Il lago ci riporta simbolicamente ai giorni feriali, alla realtà del lavoro che oggi c’è e domani non si sa. Quanta gente spera di lavorare e di avere un po’ di “fatica”, ieri come  oggi!

Quanti mendicanti, potenziali pellegrini, passano continuamente presso la nostra parrocchia per chiedere “brandelli” di lavoro.

Quanti lavori indegni, sbagliati e incivili sono aumentati nella nostra società: sale VLT del “paese-Italia dei balocchi”, dette impropriamente da gioco.

Quante industrie d’armi, quanti negozi per il riciclaggio di denaro sporco, quanto  spaccio all’inverosimile di droghe dovunque, quanto commercio d’organi, quante donne prostituite, schiave!

In questi anni sono aumentati i lavori indegni a scapito di quelli degni, in un assuefarsi continuo della coscienza sociale.

Un commerciante della città mi diceva che per lui “sbarcare il lunario” significava pagare le tasse esose e il fitto del negozio. Già questo era un miracolo!?! Poi il resto… la famiglia, i figli, la casa erano affidati al caso, non tanto a quel mistero della provvidenza orizzontale che si chiama condivisione.

La ferialità vissuta con la gente che tante volte versa in totale povertà, senza il ciottolo del lago della speranza e della chiamata di Cristo, si trasforma in peso e maledizione.

Com’è bello accogliere il segno della meravigliosa pesca del lago con Cristo risorto. Un’abbondante carico di ben 153 grossi pesci inizia a far rimettere in sesto una comunità di discepoli dispersa, erano appena in sette. Gesù si ferma sulla riva per accoglierli e coglierli nella loro vita spesso senza motivazioni e forza per andare avanti.

Ci sono state tante interpretazioni intorno a questa pesca.

Una di esse, ed è quella che mi colpisce di più, è che, sommando i numeri da 1 a 17, ne viene fuori la somma di 153. Inoltre il 17 è composto dalla somma di 10+7. Il numero 10 e il numero 7 rimandano già in sé ad una totalità di pienezza e perfezione. La tavola dei popoli conosciuta dagli ebrei era formata da 17 nazioni, infatti il giorno di Pentecoste a Gerusalemme c’erano rappresentanti di ben 17 nazioni.

Solo attraverso il miracolo dell’inclusione e della moltiplicazione dei pani e dei pesci che è condivisione e divisione in parti diseguali, in base al bisogno di ciascuno, può avvenire il cambiamento tanto invocato e mai realizzato, se non a parole, da venditori di fumo.

Il mar Mediterraneo, oggi si è trasformato da Mare nostrum in Mare Monstrum (mare mostro), è diventato una squallida “pianura liquida” in cui, più di 50.000 persone, hanno perso la vita.

Potrà diventare un giorno mare per una nuova civiltà, costituita da un unico popolo, quello planetario?

Giorgio La Pira, il sindaco santo, affermava: “È possibile il miracolo della trasformazione del Mediterraneo in mare di Tiberiade!”.

Le parole sono stanche, ripete spesso don Luigi Ciotti. Soltanto con il passo lento del pellegrino e dell’attenzione agli altri è possibile uscire dalla notte oscura e gelida del nostro tempo. La mensa dei popoli è il luogo unico della festa e della gioia. Mai più dire “si salvi chi può” ma ci possiamo salvare solo mettendo insieme il noi.

Qualche filo d’erba

Ma di che erba parliamo? Certamente non di quella che inizia a bloccare la vita di tante persone, rendendole schiave, apparentemente sciolte, gioiose e libere.

È l’erba che viene dal monte delle beatitudini. Sì, quelle proclamate da Gesù nuovo Mosè. Le beatitudini sono il nuovo alfabeto della grazia e dell’amore senza limiti. L’amore autentico che viene dalla Sua Parola è un Amore da capogiri!

Le beatitudini sono la parola che porta liberazione e che costruisce un’umanità nuova, quella del Regno dei Cieli, in cui il riferimento non è il Cielo bensì la terra, meglio la Comunità nuova di discepoli che impara ad amare, pregare, includere, e a riconciliarsi. Che meraviglia! Vale la pena imparare a vivere così. Sbagliando s’impara! Un poco alla volta e con tanta pazienza verso noi stessi.

“All’inizio dell’essere cristiani non c’è una decisione etica o una grande idea bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”.

Ecco le beatitudini! Esse scaturiscono dall’incontro vivo con Gesù, vera sapienza del Padre – abbà.

Si racconta che s. Martino, 1700 anni fa, al termine della sua esistenza, formulasse questa preghiera: “Dio mio, se hai ancora bisogno di me, sono il tuo uomo. Ma se ritieni che ho compiuto il mio dovere, allora, ti prego, sollevami dalle mie funzioni”.

La nostra vita non vale tanto in proporzione alla durata, né tantomeno in proporzione ad un conteggio ansioso degli anni che passano, quanto allo sbocciare di Dio in noi.

Le beatitudini costituiscono questa nascita di Dio in noi che ci porta alla simpatia verso il Suo Regno di giustizia, di amore, di pace e di condivisione, costi quel che costi.

Scrive il salmista: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo. Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore.”

Insegnaci a valutare saggiamente i nostri giorni, insegnaci a vivere una vita degna di essere vissuta e spesa per gli altri da beati.

L’erba nella bisaccia proveniente dal discorso della Montagna di s. Matteo è quella che ci ricorda di prendere una decisione per la vita.

Una comunità ben unita, che va controcorrente, rispetto alla mentalità del mondo, è una comunità che si rigenera alle fonti delle acque.

Affermava Geremia, il profeta, da parte del Signore: “… il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l'acqua”.

C’è sempre una sorgente viva a dare acqua non di cisterna ma sorgiva che è quella dello Spirito santo che rigenera il tessuto umano. Sempre se accettiamo questo Spirito di Amore in maniera determinata, un poco per volta tutti.

Quanti “furti, rapine, omicidi, arricchimenti spropositati, montagne di miliardi imboscati in banche nazionali e straniere. Signore, perché, se dobbiamo morire? Dove nasce questa illusione di vivere tremila anni e forse più? Eppure ogni giorno vediamo i parenti e gli amici morire. Eppure sappiamo per certo che la morte non risparmia nessuno e che nessuno può portarsi dietro quello che ha. Giornate perdute nel niente, ore affogate nella noia, interessi meschini e banali, affanni e lotte per cose senza domani. Insegnaci, Signore a contare i nostri giorni. Aiutaci a vincere l'illusione di vivere tremila anni e forse più. E saremo saggi, e saremo buoni, e saremo sereni. Così vivremo per sempre” (Lasconi T.).

Un popolo di Dio in cammino sperimenta l’ebbrezza delle beatitudini e l’audacia d’impegnarsi nella nostra società che annaspa e stenta a vivere.

Mentre scrivo queste righe si è levato un forte vento, sorprendentemente in questo tempo di calura eccessiva, mista ad una fastidiosa umidità. Che sia un segno? Quello di un vento giusto? Forse segno del Vento dello Spirito?

Costruire una Comunità cristiana è accogliere questo vento nuovo della “fame e sete di giustizia” che non porta a violenze e odi ma ad accordi nuovi a partire dal basso, sperimentando l’impatto con Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo”!

È Lui il modello e segno della nuova umanità.

È lui che ci porta con mano a pregare il Padre nostro che è la parte “orante” delle beatitudini.

Padre nostro …  amen!

Una comunità senza la preghiera e la Parola che illumina, diventa sterile. È come una pentola fumigante nella quale si è essiccata tutta l’acqua. Il cibo lo si trova bruciato e tutto va a fuoco e si perde.

Parola di Dio e preghiera, comunità d’amore e di giustizia, allora!

Una porzione di pane

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Di quale pane si parla?

Un’interessante interpretazione fa riferimento all’episodio della manna nel deserto (Es 16,4), quando gli israeliti erano invitati ciascuno a raccoglierne la porzione di un giorno; ciò si accorderebbe con la prima opzione: il pane necessario alla giornata e quindi quotidiano (cfr. il parallelo di Lc 11,3: «ogni giorno»).

Si sedettero sull’erba di un prato, per stare insieme al Maestro, circa 5000 persone, quante sono all’incirca coloro che vivono nel territorio del Sacro Cuore di Gesù.

Da quell’incontro meraviglioso avanzarono 12 ceste… !

Allora: “Dacci oggi il nostro pane necessario”.

Spesso prego con questa preghiera del card. Kim di Corea, che rappresenta il suo grido dell’anima. Anche in altre occasioni spontaneamente mi risuonano queste parole: “Pane bianco, pane nero”, che scelta responsabile possiamo fare? Quale delle due strade intraprendere? Come fortificarsi e stabilizzarsi sulla strada del pane bianco?

“Attorno a te il pane non manca. Non si tratta solo del pane di farina. Tu stesso hai bisogno di altro pane per vivere una vita veramente umana: il pane bianco dell'amicizia, dell'accoglienza, del rispetto, dell'aiuto reciproco, dell'amore fraterno, della giustizia e della libertà, quello dei diritti e delle responsabilità, quello della salute e della cultura. Tutto questo condividilo: sarai fratello con tutti gli uomini. Ma c'è anche il pane nero: quello della povertà, della sofferenza, della solitudine, della disperazione, della malattia, dell'ignoranza. Se non saprai condividere anche questo, non sei discepolo del Signore. Supera ogni barriera: di nazionalità, di razza, di colore e di classe, e allarga la tua comunione a livello universale: solo così sarai testimone del Risorto. Se non condividerai il pane, quello bianco e quello nero, resterai nella situazione dei due discepoli di Emmaus: erano vicinissimi al Cristo camminavano accanto a Lui, ma non potevano riconoscerlo. Lo riconobbero solo allo spezzare del pane. (Cardinale Kim).

Più attuale che mai, in questo periodo della nostra storia!

Questa preghiera può apparire obsoleta ad alcuni, ad altri scomoda e quindi oggetto di rifiuto, ad altri ancora può suscitare tristezza o scoraggiamento: “sì, ok per il pane bianco, ma quando si realizzerà tutto ciò? Mi sembra di stare sempre punto e accapo!”. Per tanti altri questa preghiera diventa uno stimolo a fare tutto il possibile affinché il Regno di Dio si realizzi nella Comunità degli uomini e donne e quindi nella comunità cristiana.

Un pezzettino del legno della Croce

Occorre ”Annunziare Cristo e questi crocifisso”!

Per Paolo la Croce di Cristo è stoltezza per i giudei e scandalo per i pagani.

Apparentemente è un fallimento. Con Gesù usciamo fuori dalla maledetta logica del capro espiatorio per entrare nella logica di un amore puro, senza ritorno, senza cioè ricevere il contraccambio, un amore universale, non perbenista e superficiale.

La logica dell’amore di Gesù sulla croce è una logica così potente da sconquassare e mandare in tilt gli arsenali della storia. È la logica per “amorizzare” il mondo, come afferma Theilhard de Chardin, citato da Arturo Paoli spesso e volentieri tutte le volte in cui l’ho ascoltato.

Morto in croce per noi? Morto per i nostri peccati… cosa significa?

La croce è l’immissione da parte di Gesù nell’umanità dell’Amore totale.

Quest’immensità di un amore fragile può essere accolto da tutti e trasformare la nostra vita. Questa capacità di amare di Gesù fino a morirne può scandire lo stile per essere persone nuove e una Chiesa rinnovata.

Accogliere il Suo Amore significa lasciarsi trasformare di giorno in giorno, significa uscire dalla mentalità mondana, e questo non è facile, per entrare nel Regno dei Cieli che è una nuova comunità di discepoli audaci e tenaci che si mettono in un cammino semplice di cambiamento e modifica del presente che, come affermava don Mazzolari, “non sta bene a nessuno”.

Il calcinaccio del sepolcro vuoto

Un pezzo che viene dal sepolcro mi riporta a coloro che credevano di andare da un morto ed hanno incontrato, invece, Colui che è la vita piena e bella che, sorprendentemente, andava loro incontro da Risorto. In particolare mi soffermerò su Maria Maddalena.

Maria di Magdala

Maria di Magdala, venerata come "l’apostola degli apostoli", che pare che dica le parole amorose del Cantico dei Cantici: «Mi alzerò e perlustrerò la città, i vicoli, le piazze, ricercherò colui che amo con tutta l’anima. L’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi incontrarono i vigili di ronda in città: “Avete visto colui che amo con tutta l’anima?”» (Ct. 3,2); il suo è un amore perseverante che il Signore inviò quale «apostola degli apostoli»: fu la prima ad annunciare la sua resurrezione.

«Cristo», ha detto l’arcivescovo Roche,  «ha una speciale considerazione e misericordia per questa donna, che manifesta il suo amore verso di Lui, cercandolo nel giardino con angoscia e sofferenza», con quelle che sant’Anselmo definisce le «lacrime dell’umiltà. Perciò è giusto», conclude Roche, «che risalti la speciale missione di questa donna, quale esempio e modello per ogni donna nella Chiesa». 

L’incontro con Maria (Gv 20,11-18)

“I due discepoli tornarono a casa, Maria invece rimase fuori e piangeva. Mentre piangeva si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dov’era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. Detto questo si voltò indietro e vide Gesù, ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Essa pensando che fosse il custode del giardino gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria”. Essa, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbuni!”, che significa: “Maestro”. Gesù le disse: “Non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre, ma va dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio, e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e ciò che le aveva detto.”

Maria di Magdala è la discepola vicino al Signore, prima testimone della Resurrezione.

Come sono andati i fatti.

“Stabat iuxta crucem” anche lei assieme a Maria la madre di Gesù e con la sorella della Madre di Gesù, Maria di Cleopa. Anche Giovanni lì, davanti alla croce.

Nel primo giorno della settimana ebraica, di buon mattino, mentre è ancora buio, Maria viene al sepolcro: “non sappiamo dove lo hanno posto”.

Va alla tomba in modo gratuito, spinta, attirata da “quell’ardente intimità dell’assenza” (R. M. Rilke).

Cerca il suo Signore: “Il mio Signore” – Kyrios. In cui l’aggettivo “il mio” sta ad indicare non tanto un attaccamento morboso quanto una relazione serena e sincera che aveva con Lui, il Maestro. Risalta un’ appassionata amicizia col Vivente.

Il pianto: il suo dolore che coinvolge corpo, mente e cuore. Cerca il corpo di Gesù, l’amato. Vuole stare accanto a quel corpo. Vuole entrare nella situazione luttuosa ed incamminarsi nel dolore della perdita dell’amato, in maniera risoluta.

Mentre Maria la madre di Gesù, stava come madre e viveva per Gesù, e Pietro piangeva per i suoi peccati, per la sua viltà, piangeva su di sé per aver tradito, Maria Maddalena viveva grazie a Gesù: dal non senso al sentirsi amata e amare (Lc 8,1-3).

“Chi cerchi”? Non cosa ma "Chi" cerchi! È alla base per mettersi in cammino al Suo seguito.

“Maria!”: “Rabbunì”, maestro mio!   

Attraverso la voce, il dialogo, il volto, lo riconosce. (cfr.: Gv 10; Lc 15; 1Gv. 1,1-3).

Maria si era voltata verso il passato, ora si volta verso Gesù che è il Vivente, il Risorto.

C’è sempre un ritrovarsi quando ci si ama! (cfr. Ct.).

Avviene un incontro bello, puro, tra il Salvatore e la salvata: liberata da sette demoni; portava da allora il sigillo di Cristo nel suo cuore, la gratitudine che è “la timida ricchezza di coloro che non posseggono nulla”. E Gesù la “costituisce” apostola itinerante e narrante della salvezza sperimentata.

Maria ha visto il Signore, ha fatto e fa esperienza di lui, non è disposta ad abbandonare il campo. È disposta a rischiare la vita fino alla morte e oltre la morte. È tenace, ferma, stabile, come le colline di Sion che il salmista si augura che “portino pace al popolo”.

Maria vede col cuore e partecipa già da Risorta al tocco dell’Amore puro; è una testimone dell’Amore appassionato che è Cristo.

Ecco che scaturiscono da questa visione di Maria alcuni spunti, suggerimenti per noi tutti: l’amato del cuore è lì:

⦁ mettiamoci in adorazione silenziosa;

⦁ viviamo la periodicità del sacramento della riconciliazione e di accompagnamento (coaching spirituale);

⦁ entriamo nell’Eucarestia: in relazione con Cristo morto e Risorto che fa strada con noi;

⦁ armonizziamo la nostra vita e le sequenze della nostra vita con quelle di Cristo e del Suo Vangelo;

⦁ facciamo Missio verso gli altri come lei;

⦁ costruiamo relazioni sane e pure che passino attraverso la prova (come oro nel “crogiuolo”), si purifichino sempre di più e non si perdano ma si rafforzino alla luce del Vangelo del volto dell’altro;

⦁ capiamo che solo “chi chiede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto". 

A conclusione di questa lettera vorrei proporre a voi tutti un esercizio, massimo due da scegliere:

1. Cerchiamo di mettere almeno un piede nella scarpa di qualcuno, possibilmente in quella scarpa mostrata nella foto in prima pagina: informiamoci bene, non rispondiamo alla barbarie in atto, adeguandoci.

2. Inseriamoci nell’elenco visitatori come missionari “porta a porta”, coinvolgendo quante più famiglie possibile al sinodo parrocchiale.

3. Riflettiamo: cosa poter cambiare, modificare, migliorare nella complessa rete intra ed extra parrocchiale?

4. Trasmettiamo a qualcuno ciò che andiamo sperimentando coinvolgendolo in piccole mansioni e mai escludendolo.

5. Lasciamo il coordinamento del nostro settore, soprattutto se già sono trascorsi 3 anni, a qualcun altro, lasciandoci affiancare già in questo anno 2018-19 ed affiancandolo come sostegno nel coordinamento successivo.

6. Quali passi abbiamo bisogno di compiere per diventare un apostolo secondo il cuore di Cristo?

È bello fare esperienza di accompagnamento spirituale nella vita di ogni giorno. Anche questo è fare Chiesa!

Shemà Israel…

Per non dimenticare… (Primo Levi)

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome.
Senza più forza di ricordare.
Vuoti gli occhi e freddo il grembo.
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore.
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Buon cammino a tutti, con affetto benedicente

p. Giorgio A. Pisano

p.s. : questa lettera indirizzata a voi, è solo una prima parte; la seconda, se Dio vuole, ve la invierò l’anno prossimo, anno della celebrazione del sinodo parrocchiale.

Portici, 4 ottobre 2018

Festa di frate Francesco, cantore mirabile del creato e del Creatore, patrono d’Italia

Comunicazioni di p.Giorgio