Anno pastorale 2018 / 2019

Lettera fraterna: Pellegrini verso il Regno

“Mio padre era un arameo errante”

Carissimi fratelli e sorelle della Comunità del Sacro Cuore di Gesù,

iniziamo un nuovo anno pastorale all’insegna di una parola speciale che lo caratterizzerà per intero: “Sinodo” parrocchiale.

Quest’anno inizieremo a muovere i primi passi per prepararci per bene al “sinodo”. Sarà un tempo caratterizzato dall’ascolto e dall’apertura a tutte le famiglie del territorio parrocchiale. Esso sarà preceduto da due visite a tutte le 1600 famiglie del territorio parrocchiale (“Missio alle famiglie”) e, successivamente, con la presenza di coloro che aderiranno all’invito, si formeranno tanti gruppi sinodali di ricerca, di confronto intorno a tematiche relative al mondo, alla fede, alla storia che stiamo vivendo oggi (P.C.S.: Piccole Comunità Sinodali). Chiaramente, per tentare di fare le cose per bene, arriveremo a celebrare in pieno il Sinodo nei mesi di ottobre-dicembre 2019.

Inoltre, come Chiesa in sintonia con papa Francesco e i vescovi che provengono da tante parti del mondo, vivremo l’esperienza di un Sinodo speciale dedicato ai giovani sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Le premesse a questo speciale momento sinodale che sarà celebrato in questo ottobre, sono state date lungo il corso di quest’anno da tantissimi giovani di tutto il mondo che hanno scritto al papa, da educatori, da esperti, da cristiani laici e religiosi. Sarà certamente un momento di grazia e di Spirito Santo. L’importante è che i giovani divengano protagonisti nella loro vita, nella società, nella Chiesa con il soffio speciale dello Spirito di Dio: “Thalità kum!”, “Gesù presa la mano della bambina, le disse: «Thalità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!”

Cosa significa sinodo?

Sinodo significa camminare insieme.

Sì, siamo dei pellegrini che attraversano il mondo. Non vogliamo essere dei visitatori o accaparratori di terre, ma semplici pellegrini. Non vogliamo diventare dei “land grabbing”, tristi conquistatori di terre, neo colonizzatori di un mondo vecchio in cui non c’è spazio per tutti ma solo per alcuni.

Ecco perché siamo in cammino con Abramo e con tutte quelle persone che vengono enumerate dal testo della lettera agli Ebrei quali testimoni sulle orme di Dio e che attraversano mirabilmente 1000 anni di Storia della salvezza.

Il ricorso ai patriarchi e all’immagine del cammino è continuo in me. Non riesco a concepire un cristianesimo sradicato dalla storia e da una ricerca sincera del volto autentico di Dio rivelatoci da Cristo.

Mi piace riportare, in questa lettera, il testo per intero che si presta immediatamente ad una meditazione efficace sulla fede. Grandioso!

1 La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.

2 Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza.

3 Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.

4 Per fede Abele offrì a Dio un sacrificio migliore di quello di Caino e in base ad essa fu dichiarato giusto, attestando Dio stesso di gradire i suoi doni; per essa, benché morto, parla ancora.

5 Per fede Enoch fu trasportato via, in modo da non vedere la morte; e non lo si trovò più, perché Dio lo aveva portato via. Prima infatti di essere trasportato via, ricevette la testimonianza di essere stato gradito a Dio.

6 Senza la fede però è impossibile essergli graditi; chi infatti s'accosta a Dio deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano.

7 Per fede Noè, avvertito divinamente di cose che ancora non si vedevano, costruì con pio timore un'arca a salvezza della sua famiglia; e per questa fede condannò il mondo e divenne erede della giustizia secondo la fede.

8 Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava.

9 Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa.

10 Egli aspettava infatti la città dalle salde fondamenta, il cui architetto e costruttore è Dio stesso.

11 Per fede anche Sara, sebbene fuori dell'età, ricevette la possibilità di diventare madre perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso.

12 Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia innumerevole che si trova lungo la spiaggia del mare.

13 Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra.

14 Chi dice così, infatti, dimostra di essere alla ricerca di una patria.

15 Se avessero pensato a quella da cui erano usciti, avrebbero avuto possibilità di ritornarvi;

16 ora invece essi aspirano a una migliore, cioè a quella celeste. Per questo Dio non disdegna di chiamarsi loro Dio: ha preparato infatti per loro una città.

17 Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio,

18 del quale era stato detto: In Isacco avrai una discendenza che porterà il tuo nome.

19 Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe e fu come un simbolo.

20 Per fede Isacco benedisse Giacobbe ed Esaù anche riguardo a cose future.

21 Per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e si prostrò, appoggiandosi all'estremità del bastone.

22 Per fede Giuseppe, alla fine della vita, parlò dell'esodo dei figli d'Israele e diede disposizioni circa le proprie ossa.

23 Per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il bambino era bello; e non ebbero paura dell'editto del re.

24 Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone,

25 preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato.

26 Questo perché stimava l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto; guardava infatti alla ricompensa.

27 Per fede lasciò l'Egitto, senza temere l'ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l'invisibile.

28 Per fede celebrò la pasqua e fece l'aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non toccasse quelli degli Israeliti.

29 Per fede attraversarono il Mare Rosso come fosse terra asciutta; questo tentarono di fare anche gli Egiziani, ma furono inghiottiti.

30 Per fede caddero le mura di Gerico, dopo che ne avevano fatto il giro per sette giorni.

31 Per fede Raab, la prostituta, non perì con gl'increduli, avendo accolto con benevolenza gli esploratori.

32 E che dirò ancora? Mi mancherebbe il tempo, se volessi narrare di Gedeone, di Barak, di Sansone, di Iefte, di Davide, di Samuele e dei profeti,

33 i quali per fede conquistarono regni, esercitarono la giustizia, conseguirono le promesse, chiusero le fauci dei leoni,

34 spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, trovarono forza dalla loro debolezza, divennero forti in guerra, respinsero invasioni di stranieri.

35 Alcune donne riacquistarono per risurrezione i loro morti. Altri poi furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione.

36 Altri, infine, subirono scherni e flagelli, catene e prigionia.

37 Furono lapidati, torturati, segati, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati -

38 di loro il mondo non era degno! -, vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra.

39 Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa:

40 Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

Vogliamo essere pellegrini, come gli apostoli, inviati “in tutto il mondo” a portare la gioia dell’annuncio di liberazione da ogni male e di immersione nelle profondità dell’Amore di Dio, avendo davanti a noi questa carovana inconfondibile di uomini e donne di buona volontà.

Ma chi è il pellegrino? Quali sono le caratteristiche di un pellegrino?

Pellegrino non si nasce ma si diventa. È una persona che matura e cresce, diventando nel suo cammino pacifico e attento alle piccole cose della vita. Non è un sognatore con la testa tra le nuvole, né un uomo arido e pragmatico - materialista.  Possiamo dire che si libera lungo il cammino, da sovrastrutture che lo rendevano prigioniero di pregiudizi e che lo tenevano lontano dagli altri.

Peregrinus significa colui che non conosce bene se stesso, colui che è straniero a se stesso e, nel momento in cui decide “nel suo cuore il santo viaggio”, conosce se stesso e questo lo abilita ad aprirsi serenamente agli altri.

I primi cristiani avevano nel proprio DNA quell’essere pellegrini, quell’andare evangelizzando non tanto per un dovere morale ma per la gioia di trasmettere agli altri la bella novità della morte e resurrezione di Cristo, mistero di amore di Dio per l’umanità.

Ora, attraverso alcuni simboli che descriverò, potremo comprendere meglio il significato di pellegrino.

Ci viene in aiuto, in questo, don Tonino Bello il quale, immagina di vivere al tempo di Gesù e di ricevere, dalla Sua viva voce di Risorto, un mandato speciale, con la forza dello Spirito, per essere un testimone di Lui dovunque nel mondo.

Don Tonino porterebbe con sé, come pellegrino e viandante della terra, oltre ogni confine, “un bastone, la bisaccia del cercatore e, all’interno della bisaccia, cinque simboli specialissimi: un ciottolo del lago, un ciuffo d’erba, un pezzo di pane, una scheggia della croce, un calcinaccio del sepolcro vuoto”.

Non si tratta certo di souvenirs accattivanti acquistati su qualche bancarella o di oggetti da collezione, belli a vedersi.

Mi associo anch’io, assieme al beato don Tonino, ad accogliere e a cogliere la provocazione e l’evocazione forte di questi simboli da immettere nella bisaccia in cammino per il mondo!

L’interpretazione dei simboli è personale.

Il bastone

Il bastone ci riporta alla realtà dell’esodo, a Mosè e a coloro che sono andati oltre le prigionie delle chiusure, delle paure e delle schiavitù, accettando di mettersi in cammino lungo i crocevia del mondo.

Se si vive nei propri confini, stabiliti da guerre antiche e sanguinarie, se si resta all’interno dei propri campanili e chiese, paesi o città, si diventa tristemente campanilisti. Solo quando ci si mette in marcia, e con gli altri, si scopre che il lontano orizzonte del Regno di Dio da raggiungere, ti invita a muoverti.

Con il bastone vai oltre, lasciando alle spalle ciò che è inutile e ciò che ti faceva inciampare.

C’è altro da vivere e da affrontare!

La meta sta a indicare un arrivo felice e sempre foriero di nuove partenze: di Sinai in Sinai per Mosè, di Oreb in Oreb per Elia, di monte in monte per i discepoli-apostoli di Gesù, “di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore”, per noi tutti (2 Cor 3,18).

Fratel Arturo Paoli afferma: “Qui la meta è partire; il mio professore di filosofia, un giorno mi disse: "tu sei quest’uomo cosmico". Successivamente ho compreso il senso… Io non mi sento esistenzialmente vecchio, fisicamente sì, culturalmente e spiritualmente no. Io sento dentro di me battere la storia, l’umanità, il cambiamento del mondo che non mi viene dalle letture, ma è parte di me”.

Guardandoci intorno, ci scopriamo parte di quella carovana costituita da un’umanità che brulica da tutte le parti e che invoca vita e speranza. 

In più di un’occasione ho descritto la necessità di ritrovarci imperfetti e parte di questa umanità fatta di storpi, ciechi, zoppi, muti, sordi, ammalati che, nella misura in cui camminano mirabilmente insieme, possono scoprirsi sanati e capaci di accettazione reciproca, di sperimentare le giuste distanze ovvero la danza della vita che nasce dal mutuo aiuto, dal perdono, dal riconoscimento.

Vorrei estendere idealmente a tutti, un’espressione di E. Drewerman che riferiva alla persona del prete: “Il guaritore ferito”, che poi è il titolo di un suo bellissimo libro. Sì, portiamo tutti delle ferite e, nello stesso tempo, intenzioni di bene verso gli altri. Se le ferite però, vengono sanate, ci si trasforma, si migliora e il mondo, i compagni di viaggio non sono più nemici da combattere ma persone con cui confrontarsi e viaggiare insieme. Ripeto con la giusta cautela e senza idealismi. Prendere coscienza delle ferite, mettersi in marcia e, camminando, inizia un’avventura nuova in cui si sperimenta il flusso dell’ amore- compassione reciproci. “Le ferite si possono trasformare in feritoie” che lasciano passare la luce.

Durante il viaggio nascono spontanee le invocazioni:

⦁ “Di Te ha detto il mio cuore: "Cercate il suo volto; il Tuo volto Signore io cerco. Non nascondermi il Tuo volto.”

⦁ “O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz'acqua.” 

⦁ “Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L'anima mia anela e desidera gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente.”

E tante ancora… unite a tentativi di ascolto, di dialogo con i nostri compagni di viaggio.

Spesso capita che un’immagine di Dio imbrattata e mal compresa possa portare ancora di più oggi a cadere in un baratro di nuove guerre, di odi e fraintendimenti non solo tra cristiani e tra persone di altre fedi ma anche nella società. L’imbarbarimento, l’incattivimento sembrano delle qualità al contrario, riscontrabili ordinariamente, e non è assodato che anche noi non ne possiamo essere contagiati.

Come, per esempio, il recitare una sorta di mantra in maniera istintuale e indiscriminata: “prima gli italiani e poi gli altri”, può peggiorare la grave deriva umana in cui ci troviamo, purtroppo!

La foto della scarpa del migrante, all’inizio della lettera, sta ad indicare la nostra storia, quella che viviamo e attuiamo con gli altri direttamente ed indirettamente oggi. Il rosso pomodoro non richiama una serata intorno ad una pizza con gli amici quanto piuttosto lo sfruttamento di schiavi divenuti fantasmi. Se notate bene, la scarpa è abbandonata, la persona non c’è più!  

Benvenuti nel disumano “ragionevole” ovvero falsamente ragionevole e giustificabile. Meglio: ingannevole e manipolatore.

Una battuta che vi riporto, nasce nel periodo conciliare che ha rappresentato davvero la primavera della Chiesa, la quale ha iniziato a respirare in sintonia con tutti gli uomini e donne di buona volontà del mondo oltre i muri delle religioni, per un’umanità riconciliata e dialogante.

L’aneddoto l’ho ascoltato dalla viva voce dell’anzianissimo presidente di Pax Christi, mons. Bettazzi, allora il più giovane vescovo del Concilio Vaticano II: “Un uomo va in paradiso e viene accolto da s. Pietro, che gli presenta le varie realtà del Cielo. Arrivati di fronte ad una parete, s. Pietro, di botto, gli chiede di stare in silenzio. “Ma perché?”, chiede sorpreso il nuovo ospite e s. Pietro gli risponde: “perché di là ci sono i cattolici che credono di salvarsi solo loro”. Quando era ricorrente prima del Concilio l’affermazione: ”extra Ecclesiam, nulla salus”.

Oggi abbiamo un estremo bisogno di conoscerci, riconoscerci, accoglierci nelle diversità anche religiose, rispettarci nelle identità non oppositive ma dialoganti, quali persone che hanno in comune “il rizoma universale” che è il cuore umano (Balducci E.).

Con il bastone tra le mani non ti fermi ma puoi rallentare. Non esci dalla carovana  ma prosegui con perseveranza. Esso è segno di un cammino senza fine, percorso assieme a Cristo, instancabile pellegrino della storia. “Il Tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza!”.

Bella l’icona dell’amicizia che campeggia nei ritiri di avvento, quaresima e pentecoste. Essa rappresenta Gesù con la mano sulla spalla dell’abbate Apamena. Ambedue appaiono stanchi. Gli occhi sono grandi, ti scrutano, ben aperti e, nello stesso tempo, guardano lontano. Ti trasmettono un senso di pace e voglia di contemplare nelle cose e negli altri il volto di Dio.  

La bisaccia

La bisaccia serve per portare semplici cose. Non si può essere avidi di oggetti sino a “cosificarsi”. In  una bisaccia c’entra poco. Nelle nostre case abbiamo tra i 10.000 e i 15.000 oggetti e tanti altri vengono usati e gettati via!

Quando mi appresto a fare un viaggio, sorrido nell’esercitarmi a inserire nella valigia il necessario, per evitare che, pesando di più, si debba poi pagare un supplemento, riflettendo sulla difficoltà che provo a voler inserire altro in essa. Sembra che tutto sia necessario.

Per vincere la sfida del superconsumo, accettiamo, come afferma F. Gesualdi, di sacrificare gran parte del nostro tempo al lavoro. “Infatti, per acquistare un cellulare del valore di 180 euro, occorrono più di due giornate di lavoro, circa 18 ore. Per un televisore al plasma di 400 euro, 40 ore e per acquistare un auto di media cilindrata, 1500 ore di lavoro, addirittura sei mesi! Includendo carburante, tasse e quant’altro, si aggiungono altri 445 euro l’anno, 440 ore di lavoro. Se includiamo il tempo per il viaggio, il traffico, l’auto assorbe un migliaio di ore della nostra vita all’anno”.

E allora, purtroppo: poco bene, niente essere, niente benessere.

Nella società degli acquisti, a prescindere se si sia in grado o meno di sostenerli, le relazioni umane diventano effimere e transitorie.

Dunque, la bisaccia è per coloro che si pongono sulla strada dell’essenzialità e della reciprocità, del dare e avere, del confronto e dell’accettazione dell’altro in quanto altro, dell’altro non tanto come destinatario della nostra “elemosina” e del nostro aiuto, ma dell’altro così com’è, figlio di Dio come noi e fratello nel cammino.

Ho letto da qualche parte che l’altro va guardato dall’alto in basso solo quando dobbiamo dargli la mano per risollevarlo da una sua  caduta. E viceversa.

L’ascolto diventa allora fondamentale per trovare altri compagni di viaggio sulla via. Ma come si ascolta?

“E si ascolta con tutta la persona. Si ascolta con l’udito, raccogliendo le parole, ponti costruiti per unire le rive che ci separano e raccogliendo i silenzi, quelli che a volte gridano con il loro scomodo fragore perché sanno di solitudine, ingiustizia e agonia di persone e di paesi interi” (J.C. Bermejo).

Gesù, guarendo il sordomuto, lo rende capace di ascoltare, capire, comunicare, quindi lo restituisce alla vita piena delle relazioni.

«Gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano» (Mc 7,32) poiché avevano sentito parlare della potenza di Dio in Gesù. Riconoscono in Lui il Messia descritto da Isaia: “si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi” (35,5-6).

Il sordomuto prima appariva agli altri ottuso, spento, senza energia, stolto con  difficoltà di parola, balbettante. Gesù lo libera affinché sanato, possa liberare altri. Ecco la cordata della speranza e della trasformazione nell’amore.  

Il ciottolo del lago

Esso ci riporta al mistero della chiamata degli apostoli e di ciascuno di noi. Senza la scoperta della chiamata non si può essere pellegrini al seguito di Cristo. Senza lo sguardo del maestro che chiama non c’è meta ma uno sterile accasarsi.

La chiamata di Cristo è una chiamata specialissima. Paolo VI diceva che essa è “per i forti e per i ribelli alla mediocrità e alla viltà della vita comoda ed insignificante. È per quelli che ancora conservano il senso del Vangelo e sentono il dovere di rigenerare la vita ecclesiale, pagando di persona e portando la Croce”.

La chiamata di Cristo è risuonata sul lago di Tiberiade tante volte.

Il lago ci riporta simbolicamente ai giorni feriali, alla realtà del lavoro che oggi c’è e domani non si sa. Quanta gente spera di lavorare e di avere un po’ di “fatica”, ieri come  oggi!

Quanti mendicanti, potenziali pellegrini, passano continuamente presso la nostra parrocchia per chiedere “brandelli” di lavoro.

Quanti lavori indegni, sbagliati e incivili sono aumentati nella nostra società: sale VLT del “paese-Italia dei balocchi”, dette impropriamente da gioco.

Quante industrie d’armi, quanti negozi per il riciclaggio di denaro sporco, quanto  spaccio all’inverosimile di droghe dovunque, quanto commercio d’organi, quante donne prostituite, schiave!

In questi anni sono aumentati i lavori indegni a scapito di quelli degni, in un assuefarsi continuo della coscienza sociale.

Un commerciante della città mi diceva che per lui “sbarcare il lunario” significava pagare le tasse esose e il fitto del negozio. Già questo era un miracolo!?! Poi il resto… la famiglia, i figli, la casa erano affidati al caso, non tanto a quel mistero della provvidenza orizzontale che si chiama condivisione.

La ferialità vissuta con la gente che tante volte versa in totale povertà, senza il ciottolo del lago della speranza e della chiamata di Cristo, si trasforma in peso e maledizione.

Com’è bello accogliere il segno della meravigliosa pesca del lago con Cristo risorto. Un’abbondante carico di ben 153 grossi pesci inizia a far rimettere in sesto una comunità di discepoli dispersa, erano appena in sette. Gesù si ferma sulla riva per accoglierli e coglierli nella loro vita spesso senza motivazioni e forza per andare avanti.

Ci sono state tante interpretazioni intorno a questa pesca.

Una di esse, ed è quella che mi colpisce di più, è che, sommando i numeri da 1 a 17, ne viene fuori la somma di 153. Inoltre il 17 è composto dalla somma di 10+7. Il numero 10 e il numero 7 rimandano già in sé ad una totalità di pienezza e perfezione. La tavola dei popoli conosciuta dagli ebrei era formata da 17 nazioni, infatti il giorno di Pentecoste a Gerusalemme c’erano rappresentanti di ben 17 nazioni.

Solo attraverso il miracolo dell’inclusione e della moltiplicazione dei pani e dei pesci che è condivisione e divisione in parti diseguali, in base al bisogno di ciascuno, può avvenire il cambiamento tanto invocato e mai realizzato, se non a parole, da venditori di fumo.

Il mar Mediterraneo, oggi si è trasformato da Mare nostrum in Mare Monstrum (mare mostro), è diventato una squallida “pianura liquida” in cui, più di 50.000 persone, hanno perso la vita.

Potrà diventare un giorno mare per una nuova civiltà, costituita da un unico popolo, quello planetario?

Giorgio La Pira, il sindaco santo, affermava: “È possibile il miracolo della trasformazione del Mediterraneo in mare di Tiberiade!”.

Le parole sono stanche, ripete spesso don Luigi Ciotti. Soltanto con il passo lento del pellegrino e dell’attenzione agli altri è possibile uscire dalla notte oscura e gelida del nostro tempo. La mensa dei popoli è il luogo unico della festa e della gioia. Mai più dire “si salvi chi può” ma ci possiamo salvare solo mettendo insieme il noi.

Qualche filo d’erba

Ma di che erba parliamo? Certamente non di quella che inizia a bloccare la vita di tante persone, rendendole schiave, apparentemente sciolte, gioiose e libere.

È l’erba che viene dal monte delle beatitudini. Sì, quelle proclamate da Gesù nuovo Mosè. Le beatitudini sono il nuovo alfabeto della grazia e dell’amore senza limiti. L’amore autentico che viene dalla Sua Parola è un Amore da capogiri!

Le beatitudini sono la parola che porta liberazione e che costruisce un’umanità nuova, quella del Regno dei Cieli, in cui il riferimento non è il Cielo bensì la terra, meglio la Comunità nuova di discepoli che impara ad amare, pregare, includere, e a riconciliarsi. Che meraviglia! Vale la pena imparare a vivere così. Sbagliando s’impara! Un poco alla volta e con tanta pazienza verso noi stessi.

“All’inizio dell’essere cristiani non c’è una decisione etica o una grande idea bensì l’incontro con un avvenimento, con una persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”.

Ecco le beatitudini! Esse scaturiscono dall’incontro vivo con Gesù, vera sapienza del Padre – abbà.

Si racconta che s. Martino, 1700 anni fa, al termine della sua esistenza, formulasse questa preghiera: “Dio mio, se hai ancora bisogno di me, sono il tuo uomo. Ma se ritieni che ho compiuto il mio dovere, allora, ti prego, sollevami dalle mie funzioni”.

La nostra vita non vale tanto in proporzione alla durata, né tantomeno in proporzione ad un conteggio ansioso degli anni che passano, quanto allo sbocciare di Dio in noi.

Le beatitudini costituiscono questa nascita di Dio in noi che ci porta alla simpatia verso il Suo Regno di giustizia, di amore, di pace e di condivisione, costi quel che costi.

Scrive il salmista: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo. Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore.”

Insegnaci a valutare saggiamente i nostri giorni, insegnaci a vivere una vita degna di essere vissuta e spesa per gli altri da beati.

L’erba nella bisaccia proveniente dal discorso della Montagna di s. Matteo è quella che ci ricorda di prendere una decisione per la vita.

Una comunità ben unita, che va controcorrente, rispetto alla mentalità del mondo, è una comunità che si rigenera alle fonti delle acque.

Affermava Geremia, il profeta, da parte del Signore: “… il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l'acqua”.

C’è sempre una sorgente viva a dare acqua non di cisterna ma sorgiva che è quella dello Spirito santo che rigenera il tessuto umano. Sempre se accettiamo questo Spirito di Amore in maniera determinata, un poco per volta tutti.

Quanti “furti, rapine, omicidi, arricchimenti spropositati, montagne di miliardi imboscati in banche nazionali e straniere. Signore, perché, se dobbiamo morire? Dove nasce questa illusione di vivere tremila anni e forse più? Eppure ogni giorno vediamo i parenti e gli amici morire. Eppure sappiamo per certo che la morte non risparmia nessuno e che nessuno può portarsi dietro quello che ha. Giornate perdute nel niente, ore affogate nella noia, interessi meschini e banali, affanni e lotte per cose senza domani. Insegnaci, Signore a contare i nostri giorni. Aiutaci a vincere l'illusione di vivere tremila anni e forse più. E saremo saggi, e saremo buoni, e saremo sereni. Così vivremo per sempre” (Lasconi T.).

Un popolo di Dio in cammino sperimenta l’ebbrezza delle beatitudini e l’audacia d’impegnarsi nella nostra società che annaspa e stenta a vivere.

Mentre scrivo queste righe si è levato un forte vento, sorprendentemente in questo tempo di calura eccessiva, mista ad una fastidiosa umidità. Che sia un segno? Quello di un vento giusto? Forse segno del Vento dello Spirito?

Costruire una Comunità cristiana è accogliere questo vento nuovo della “fame e sete di giustizia” che non porta a violenze e odi ma ad accordi nuovi a partire dal basso, sperimentando l’impatto con Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo”!

È Lui il modello e segno della nuova umanità.

È lui che ci porta con mano a pregare il Padre nostro che è la parte “orante” delle beatitudini.

Padre nostro …  amen!

Una comunità senza la preghiera e la Parola che illumina, diventa sterile. È come una pentola fumigante nella quale si è essiccata tutta l’acqua. Il cibo lo si trova bruciato e tutto va a fuoco e si perde.

Parola di Dio e preghiera, comunità d’amore e di giustizia, allora!

Una porzione di pane

“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

Di quale pane si parla?

Un’interessante interpretazione fa riferimento all’episodio della manna nel deserto (Es 16,4), quando gli israeliti erano invitati ciascuno a raccoglierne la porzione di un giorno; ciò si accorderebbe con la prima opzione: il pane necessario alla giornata e quindi quotidiano (cfr. il parallelo di Lc 11,3: «ogni giorno»).

Si sedettero sull’erba di un prato, per stare insieme al Maestro, circa 5000 persone, quante sono all’incirca coloro che vivono nel territorio del Sacro Cuore di Gesù.

Da quell’incontro meraviglioso avanzarono 12 ceste… !

Allora: “Dacci oggi il nostro pane necessario”.

Spesso prego con questa preghiera del card. Kim di Corea, che rappresenta il suo grido dell’anima. Anche in altre occasioni spontaneamente mi risuonano queste parole: “Pane bianco, pane nero”, che scelta responsabile possiamo fare? Quale delle due strade intraprendere? Come fortificarsi e stabilizzarsi sulla strada del pane bianco?

“Attorno a te il pane non manca. Non si tratta solo del pane di farina. Tu stesso hai bisogno di altro pane per vivere una vita veramente umana: il pane bianco dell'amicizia, dell'accoglienza, del rispetto, dell'aiuto reciproco, dell'amore fraterno, della giustizia e della libertà, quello dei diritti e delle responsabilità, quello della salute e della cultura. Tutto questo condividilo: sarai fratello con tutti gli uomini. Ma c'è anche il pane nero: quello della povertà, della sofferenza, della solitudine, della disperazione, della malattia, dell'ignoranza. Se non saprai condividere anche questo, non sei discepolo del Signore. Supera ogni barriera: di nazionalità, di razza, di colore e di classe, e allarga la tua comunione a livello universale: solo così sarai testimone del Risorto. Se non condividerai il pane, quello bianco e quello nero, resterai nella situazione dei due discepoli di Emmaus: erano vicinissimi al Cristo camminavano accanto a Lui, ma non potevano riconoscerlo. Lo riconobbero solo allo spezzare del pane. (Cardinale Kim).

Più attuale che mai, in questo periodo della nostra storia!

Questa preghiera può apparire obsoleta ad alcuni, ad altri scomoda e quindi oggetto di rifiuto, ad altri ancora può suscitare tristezza o scoraggiamento: “sì, ok per il pane bianco, ma quando si realizzerà tutto ciò? Mi sembra di stare sempre punto e accapo!”. Per tanti altri questa preghiera diventa uno stimolo a fare tutto il possibile affinché il Regno di Dio si realizzi nella Comunità degli uomini e donne e quindi nella comunità cristiana.

Un pezzettino del legno della Croce

Occorre ”Annunziare Cristo e questi crocifisso”!

Per Paolo la Croce di Cristo è stoltezza per i giudei e scandalo per i pagani.

Apparentemente è un fallimento. Con Gesù usciamo fuori dalla maledetta logica del capro espiatorio per entrare nella logica di un amore puro, senza ritorno, senza cioè ricevere il contraccambio, un amore universale, non perbenista e superficiale.

La logica dell’amore di Gesù sulla croce è una logica così potente da sconquassare e mandare in tilt gli arsenali della storia. È la logica per “amorizzare” il mondo, come afferma Theilhard de Chardin, citato da Arturo Paoli spesso e volentieri tutte le volte in cui l’ho ascoltato.

Morto in croce per noi? Morto per i nostri peccati… cosa significa?

La croce è l’immissione da parte di Gesù nell’umanità dell’Amore totale.

Quest’immensità di un amore fragile può essere accolto da tutti e trasformare la nostra vita. Questa capacità di amare di Gesù fino a morirne può scandire lo stile per essere persone nuove e una Chiesa rinnovata.

Accogliere il Suo Amore significa lasciarsi trasformare di giorno in giorno, significa uscire dalla mentalità mondana, e questo non è facile, per entrare nel Regno dei Cieli che è una nuova comunità di discepoli audaci e tenaci che si mettono in un cammino semplice di cambiamento e modifica del presente che, come affermava don Mazzolari, “non sta bene a nessuno”.

Il calcinaccio del sepolcro vuoto

Un pezzo che viene dal sepolcro mi riporta a coloro che credevano di andare da un morto ed hanno incontrato, invece, Colui che è la vita piena e bella che, sorprendentemente, andava loro incontro da Risorto. In particolare mi soffermerò su Maria Maddalena.

Maria di Magdala

Maria di Magdala, venerata come "l’apostola degli apostoli", che pare che dica le parole amorose del Cantico dei Cantici: «Mi alzerò e perlustrerò la città, i vicoli, le piazze, ricercherò colui che amo con tutta l’anima. L’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi incontrarono i vigili di ronda in città: “Avete visto colui che amo con tutta l’anima?”» (Ct. 3,2); il suo è un amore perseverante che il Signore inviò quale «apostola degli apostoli»: fu la prima ad annunciare la sua resurrezione.

«Cristo», ha detto l’arcivescovo Roche,  «ha una speciale considerazione e misericordia per questa donna, che manifesta il suo amore verso di Lui, cercandolo nel giardino con angoscia e sofferenza», con quelle che sant’Anselmo definisce le «lacrime dell’umiltà. Perciò è giusto», conclude Roche, «che risalti la speciale missione di questa donna, quale esempio e modello per ogni donna nella Chiesa». 

L’incontro con Maria (Gv 20,11-18)

“I due discepoli tornarono a casa, Maria invece rimase fuori e piangeva. Mentre piangeva si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dov’era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. Detto questo si voltò indietro e vide Gesù, ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Essa pensando che fosse il custode del giardino gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria”. Essa, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbuni!”, che significa: “Maestro”. Gesù le disse: “Non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre, ma va dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio, e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e ciò che le aveva detto.”

Maria di Magdala è la discepola vicino al Signore, prima testimone della Resurrezione.

Come sono andati i fatti.

“Stabat iuxta crucem” anche lei assieme a Maria la madre di Gesù e con la sorella della Madre di Gesù, Maria di Cleopa. Anche Giovanni lì, davanti alla croce.

Nel primo giorno della settimana ebraica, di buon mattino, mentre è ancora buio, Maria viene al sepolcro: “non sappiamo dove lo hanno posto”.

Va alla tomba in modo gratuito, spinta, attirata da “quell’ardente intimità dell’assenza” (R. M. Rilke).

Cerca il suo Signore: “Il mio Signore” – Kyrios. In cui l’aggettivo “il mio” sta ad indicare non tanto un attaccamento morboso quanto una relazione serena e sincera che aveva con Lui, il Maestro. Risalta un’ appassionata amicizia col Vivente.

Il pianto: il suo dolore che coinvolge corpo, mente e cuore. Cerca il corpo di Gesù, l’amato. Vuole stare accanto a quel corpo. Vuole entrare nella situazione luttuosa ed incamminarsi nel dolore della perdita dell’amato, in maniera risoluta.

Mentre Maria la madre di Gesù, stava come madre e viveva per Gesù, e Pietro piangeva per i suoi peccati, per la sua viltà, piangeva su di sé per aver tradito, Maria Maddalena viveva grazie a Gesù: dal non senso al sentirsi amata e amare (Lc 8,1-3).

“Chi cerchi”? Non cosa ma "Chi" cerchi! È alla base per mettersi in cammino al Suo seguito.

“Maria!”: “Rabbunì”, maestro mio!   

Attraverso la voce, il dialogo, il volto, lo riconosce. (cfr.: Gv 10; Lc 15; 1Gv. 1,1-3).

Maria si era voltata verso il passato, ora si volta verso Gesù che è il Vivente, il Risorto.

C’è sempre un ritrovarsi quando ci si ama! (cfr. Ct.).

Avviene un incontro bello, puro, tra il Salvatore e la salvata: liberata da sette demoni; portava da allora il sigillo di Cristo nel suo cuore, la gratitudine che è “la timida ricchezza di coloro che non posseggono nulla”. E Gesù la “costituisce” apostola itinerante e narrante della salvezza sperimentata.

Maria ha visto il Signore, ha fatto e fa esperienza di lui, non è disposta ad abbandonare il campo. È disposta a rischiare la vita fino alla morte e oltre la morte. È tenace, ferma, stabile, come le colline di Sion che il salmista si augura che “portino pace al popolo”.

Maria vede col cuore e partecipa già da Risorta al tocco dell’Amore puro; è una testimone dell’Amore appassionato che è Cristo.

Ecco che scaturiscono da questa visione di Maria alcuni spunti, suggerimenti per noi tutti: l’amato del cuore è lì:

⦁ mettiamoci in adorazione silenziosa;

⦁ viviamo la periodicità del sacramento della riconciliazione e di accompagnamento (coaching spirituale);

⦁ entriamo nell’Eucarestia: in relazione con Cristo morto e Risorto che fa strada con noi;

⦁ armonizziamo la nostra vita e le sequenze della nostra vita con quelle di Cristo e del Suo Vangelo;

⦁ facciamo Missio verso gli altri come lei;

⦁ costruiamo relazioni sane e pure che passino attraverso la prova (come oro nel “crogiuolo”), si purifichino sempre di più e non si perdano ma si rafforzino alla luce del Vangelo del volto dell’altro;

⦁ capiamo che solo “chi chiede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto". 

A conclusione di questa lettera vorrei proporre a voi tutti un esercizio, massimo due da scegliere:

1. Cerchiamo di mettere almeno un piede nella scarpa di qualcuno, possibilmente in quella scarpa mostrata nella foto in prima pagina: informiamoci bene, non rispondiamo alla barbarie in atto, adeguandoci.

2. Inseriamoci nell’elenco visitatori come missionari “porta a porta”, coinvolgendo quante più famiglie possibile al sinodo parrocchiale.

3. Riflettiamo: cosa poter cambiare, modificare, migliorare nella complessa rete intra ed extra parrocchiale?

4. Trasmettiamo a qualcuno ciò che andiamo sperimentando coinvolgendolo in piccole mansioni e mai escludendolo.

5. Lasciamo il coordinamento del nostro settore, soprattutto se già sono trascorsi 3 anni, a qualcun altro, lasciandoci affiancare già in questo anno 2018-19 ed affiancandolo come sostegno nel coordinamento successivo.

6. Quali passi abbiamo bisogno di compiere per diventare un apostolo secondo il cuore di Cristo?

È bello fare esperienza di accompagnamento spirituale nella vita di ogni giorno. Anche questo è fare Chiesa!

Shemà Israel…

Per non dimenticare… (Primo Levi)

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome.
Senza più forza di ricordare.
Vuoti gli occhi e freddo il grembo.
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore.
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Buon cammino a tutti, con affetto benedicente

p. Giorgio A. Pisano

p.s. : questa lettera indirizzata a voi, è solo una prima parte; la seconda, se Dio vuole, ve la invierò l’anno prossimo, anno della celebrazione del sinodo parrocchiale.

Portici, 4 ottobre 2018

Festa di frate Francesco, cantore mirabile del creato e del Creatore, patrono d’Italia

 
“Alla base del nostro credo nonviolento
c’è la convinzione che ci sono cose così care,
 cose così preziose ed eternamente vere
per le quali vale la pena morire.
Un uomo muore quando smette di
lottare per quello che è giusto.”
(M. L. King)

Io – Noi – Cristo
verso il “Sì” per sempre

Carissimi/e famiglie, amici ed amiche, fratelli e sorelle di Comunità, all’inizio di questo nuovo anno pastorale che ci accingiamo a percorrere, vorrei porre a tutti voi una domanda a bruciapelo: cos’è il coraggio?
Andando incontro alle mie spontanee sinapsi, mi viene la seguente sintesi che mi aiuta a capire cos’è il coraggio anche attraverso il suo contrario:
“Il coraggio uno non se lo può dare”, sosteneva don Abbondio, che certamente non abbondava di coraggio ma trasudava paura mista a viltà.
“Il coraggio ce l'ho. È la paura che mi frega...” (Totò)
Alla luce di tutto ciò, penso che la paura e il coraggio abbiano un confine flebile... la paura intravede e riconosce il coraggio e quest’ultimo la percepisce esprimendosi in fortezza e continuità.
Ma andiamo all’etimologia:
Il coraggio (dal latino coraticum o anche cor habeo, aggettivo derivante dalla parola composta cor = cuore e dal verbo habere = avere: ho cuore) è la virtù umana, spesso indicata anche come fortitudo o fortezza, che fa sì che chi ne è dotato non si sbigottisca di fronte ai pericoli, affronti con serenità i rischi, non si abbatta per dolori fisici o morali e, più in generale, affronti a viso aperto la sofferenza, il pericolo, l'incertezza e l'intimidazione.
In linea di massima, si può distinguere un "coraggio fisico", di fronte al dolore fisico o alla minaccia della morte, da un "coraggio morale", di fronte alla vergogna e allo scandalo".
Il coraggio allora nasce dal cuore... è una questione di cuore il coraggio... è l'ancoraggio al cuore di chi ama e non si ferma.
“Questione di feeling” allora!
Il coraggio inizia quando hai paura... e la paura ti può rendere pigro, ti può suggerire giustificazioni che ti possono apparire valide e solide come roccia; ma senti nel tuo cuore che diventa più forte la voce della Verità e del coraggio e non sei tranquillo se non cerchi di accoglierla e di farla fluire in te e attraverso di te.
Coraggio è quando sei ben cosciente delle tue forze e delle tue scelte e cerchi di muovere passi per nuovi cammini di riconciliazione e di fraternità anche se non sai sempre dove ti porteranno e se arriverai alla meta.
Ho scoperto un’espressione che viene dalla cultura giapponese:
Come l'acqua 【水】che scorre 流, le nuvole【雲】si muovono【行】.
Qualunque avvenimento ci accada, anche un rannuvolarsi cupo del cielo, è destinato naturalmente a passare.
Il coraggio è continuare a vivere con costanza ed impegno, adoperandosi per il cambiamento personale e sociale perché il sole brilla sempre e comunque al di sopra delle nuvole.
Infatti così hanno vissuto Edith Stein e don Milani, così oggi ci testimoniano le madri del movimento “Women Wage Peace”.
Edith Stein, S. Teresa Benedetta della Croce (1891-1942), è stata una donna coraggiosa perché amava. Ebrea di nascita, brillante filosofa, assistente di E. Husserl, rinunciò alla fede divenendo agnostica. Accolse poi la fede cristiana. A causa dell’ascesa al potere di Hitler, lasciò l’insegnamento. Entrò nel monastero carmelitano di Echt. Il 2 agosto 1942 venne arrestata dalla Gestapo. Insieme alla sorella Rosa con grande forza d’animo e determinazione affermava di voler vivere la passione con il suo popolo entrando nelle sue sofferenze: ”Su, andiamo per il nostro popolo”. Deportata su un treno della morte, dal finestrino affidò ad una donna un messaggio criptico, ma comprensibile per la Comunità delle sue sorelle: “Saluti le suore di Santa Maddalena, sono in viaggio verso l’Oriente”. Ove Oriente stava ad indicare sia Auschwitz in Polonia che Il Sole di Giustizia, di quella Giustizia altra che è Cristo.
Una messaggera forte e coraggiosa di pace, S. Teresa Benedetta della Croce, figlia della prima alleanza, riconobbe Cristo, nuova ed eterna alleanza del Padre per l’umanità, si abbandonò nelle mani del Padre fiduciosa, come Cristo sulla Croce.
Quest’anno ricorre il 50 anniversario della morte di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana che diede la vita per i ragazzi di quella zona fiorentina abbandonata e dimenticata, come si suol dire, da Dio e dagli uomini. Lui, mandato lì in una sorta di esilio, trasformò quel luogo che era un cimitero in una mirabile scuola di vita. Scuola aperta “365 su 365 e un giorno in più considerando l’anno bisestile”.
L’ “I Care” che campeggiava nella scuola di Barbiana, era intriso di speranza e di coraggio.
Di speranza, perché Barbiana significava, per i ragazzi che seguivano il priore, riscatto e passaggio dalla reclusione culturale e civile a processi di liberazione umana in toto.
Di coraggio, perché si contrapponeva al motto fascista del “me ne frego”! Ancora oggi questo motto rigurgitante di ignoranza fa capolino, spesso e volentieri, nella nostra Italia. Purtroppo!
La Preghiera delle Madri: Mother’s prayers
Un anno fa, il 4 ottobre, circa 4000 donne e madri, ebree, musulmane e cristiane, hanno preso parte a una marcia lunga 200 chilometri, durata due settimane, per chiedere al governo israeliano di instaurare un rapporto di pace con i palestinesi. Sotto la finestra del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, si è conclusa, con questo fiume in piena, la marcia della solidarietà e della pace contro guerra, razzismo e divisioni. Alla manifestazione è intervenuta anche Leymah Gbowee, Nobel per la Pace nel 2011, che contribuì, mediante un movimento pacifista, alla fine della guerra civile in Liberia. L'evento è stato quasi totalmente ignorato dai nostri mass-media nazionali.
Women wage peace è un movimento apolitico e apartitico, una spontanea associazione di donne con il comune intento di seminare dialogo e pace in questi territori da sempre travagliati da conflitti, odi ancestrali e morti violente.
Durante il pellegrinaggio hanno cantato ripetutamente: “Non svalutare nessuno, salva ogni persona nel tuo cuore perché un giorno potresti ricordarti e percepire che hai perso un diamante, quando eri troppo occupato a raccogliere pietre”.
Lo Spirito (Ruach) del nostro Dio, che è Padre e Madre, certamente ha ispirato la preghiera di queste donne e madri, che certamente non andrà persa!
Cinque passaggi per la nostra Comunità
Per la nostra Comunità, alla luce di questi testimoni di coraggio, scaturiscono cinque passaggi impegnativi ma non impossibili da ritrovare come “Io – Tu – Noi – Verso il “Sì” per sempre”:

1. Il coraggio di ascoltarsi, saper stare in sé avendosi a cuore.
2. Il coraggio di amare il prossimo e di perseverare. 
3. Il coraggio di resistere - resilienza - nella nostra società.
4. il coraggio di preparare la trasformazione.
5. Il coraggio di dialogare con Dio anche nei momenti no della vita.
 
Tracce bibliche per momenti di deserto
Vorrei proporre dei brani biblici per un momento personale e comunitario di meditazione e di preghiera, utili per imbastire la virtù del coraggio:
⦁ Imparare ad amare aprendosi al futuro di Dio: Mt 22,34-40.
⦁ Interrogarsi, assumendo sempre più l'arte del camminare insieme.... del fare SINODO, dell’ascoltarsi ed ascoltare, con il metodo di Gesù, così come ce lo descrive san Luca nell’incontro con i due discepoli di Emmaus: Lc 24,13-49;
⦁ Fare discernimento:
⦁ nel proprio cuore: Mt15,10-20;
⦁ intorno a noi: Mt 7,15-20;
⦁ valutare le cose che accadono fuori di noi: Lc 12, 54-59;
⦁ scoprire il Regno di Dio che è liberazione dai mali: Lc 11, 15-26.
Allora, carissimi/e compagni di viaggio, con il seme del coraggio, rischiando, si prepara il molto!
Infatti, un giorno Gesù disse alla Cananea: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. Nove secoli prima di Cristo, una semplice donna del villaggio di Sarepta di Sidone, in pieno tempo di crisi e di carestia, accoglie a casa sua Elia, l’uomo di Dio. Ha solamente un poco di farina e di olio. Questa vedova non esita a fare tre pani con tutto ciò che le resta. Ed avviene l’insperato... farina ed olio non le mancheranno più! (1 Re 17,1-16; Mt 15,21-28). “Non è forse una parabola anche per la nostra vita? Non c’è quasi più nulla di riserva e, con quel poco, inesauribilmente si vive l’insperato”.
Buon cammino allora!
Con affetto benedicente, p. Giorgio

p.s.: Ops, un momento… ho ancora qualcosa da dire…!
Vorrei condividere con voi alcuni tratti di due personaggi, uno mitologico e uno biblico, Ulisse e Abramo.
Bella ed avvincente è la descrizione che Tennyson fa di Ulisse. Ne riporto solo alcuni brani.
⦁ “A poco giova che un re ozioso…
⦁ Non posso smettere di viaggiare: berrò ogni goccia della vita…
⦁ Sono parte di tutto ciò che ho incontrato…
⦁ Com'è sciocco fermarsi, finire, arrugginire non lucidati, non brillare nell'uso! Come se respirare fosse vivere!
⦁ … di una sola (vita) a me poco rimane: ma ogni ora è salva da quell'eterno silenzio, qualcosa di più, un portatore di nuove cose; e vile sarebbe per tre soli (giorni) ammucchiare e accumulare io stesso…
⦁ Lì giace il porto; il vascello gonfia la sua vela: là si oscurano i neri, estesi mari. Miei marinai, anime che hanno faticato, e lavorato, e pensato con me… voi ed io siamo vecchi; la vecchia età ha ancora il suo onore e la sua lotta; la morte chiude tutto: ma qualcosa prima della fine, qualche lavoro di nobile natura, può ancora essere fatto, uomini non sconvenienti che combattevano contro gli Dei.
⦁ Venite, amici miei, non è troppo tardi per cercare un mondo più nuovo… Spingetevi al largo… perché il mio scopo consiste nel navigare oltre il tramonto, e i bagni di tutte le stelle occidentali, finché io muoia.
⦁ … Anche se molto è stato preso, molto aspetta; e anche se noi non siamo ora quella forza che in giorni antichi mosse terra e cieli, ciò che siamo, siamo; un'eguale indole di eroici cuori, indeboliti dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà di combattere, cercare, trovare, e di non cedere».

Abramo è diverso da Ulisse: Vocazione di Abramo, Gen. 12,1-6
⦁ “Il Signore disse ad Abram: «Esci dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. Abram dunque prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan. Arrivarono al paese di Canaan e Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la Quercia di Moreh”.
Il coraggio di Ulisse tocca la temerarietà. Quello di Abramo è fondato sulla chiamata di Qualcuno che lui sente nel proprio cuore.
Ambedue partono: la meta del primo è quella di non avere mete e quella del secondo è di orientarsi verso la terra promessa.
L’uscita dalla propria terra di Ulisse rappresenta una voglia di dare ascolto allo spirito di curiosità, investigazione e di ricerca dentro di lui.
L’uscita di Abramo ha un duplice significato, come fa notare E. Bianchi ne “Il cammino dell’uomo” di M. Buber: “L’uomo per la sua crescita e per raggiungere l’autenticità deve innanzitutto tornare a se stesso: Lek-lekà, ma anche leki-lekà, “và” verso te stesso, ritrova te stesso, quindi ritrovare se stesso, raggiungere il proprio destino, risalire alla sua fonte. L’uomo deve cioè fare della sua vita un cammino, rispondendo alla domanda: “Dove sei?” senza tentativi di nascondimento o affermazioni di impotenza. Quindi chiaro è l’invito da parte di Dio per l’uomo, per ogni uomo ad entrare in se stessi, nelle proprie profondità.
Ulisse ascolta la sua voce, Abramo quella dell’Alterità in lui.
Penso che Ulisse sia un viaggiatore, esploratore, precursore dei tempi moderni in cui le conquiste di nuovi “mondi” con violenza e appropriazione ingiusta (pensiamo alla conquista dell’America) sono state e sono a tutt’oggi all’ordine del giorno.
L’ interlocutore di Ulisse è se stesso e il riflesso di se stesso, i suoi compagni di avventure avvincenti.
Dal cuore di Abramo emerge da un lato, quell’essere ospiti e pellegrini (peregrinus = straniero) innanzitutto a se stessi, non conoscitori pieni di se e bisognosi di accogliere se stessi e gli altri e, dall’altro vedere la natura non come possesso o oggetto da soggiogare ma come realtà, organismo vivente nel quale essere accolti e vivere nell’armonia.
Mentre Ulisse fa esperienza del ritorno successivo alle stesse cose: un tour con macabro rientro, Abramo nel percorso lineare verso il paese che “io ti indicherò”, sperimenta volti, accoglienze e condivisioni, purificando la visione che aveva di un dio assetato di sangue a quella del Dio della vita che salverà, successivamente, suo figlio Isacco dalla morte cruenta (cfr. Gen 22,1-18).

Alcune domande aperte:
⦁ Potrebbe essere considerato il movimento di Ulisse quello dell’ “eterno e ciclico ritorno”, della serie tutto è déjà vu e quindi tutto inizia daccapo (una sorta di palingenesi)?
⦁ Il movimento lineare e progressivo di Abramo potrebbe indicare il semplice cammino dell’uomo verso la trasformazione e crescita della vita a livello personale, relazionale, umano e divino?
Il cammino di Abramo ci fa intravedere che il nostro Dio è un Dio nomade, che accompagna il popolo che ama e sceglie… e che accompagnerà tutti gli esseri viventi nessuno escluso.
Egli si accorge che la meta ufficiale è arrivare lì, “alle querce di Moreh” in Sichem, ma si rende conto che la vera meta è cercare e lasciarsi cercare dall’Alterità immanente e struggente del Dio in sé.
A volte si può partire per svago, per uscire dalla monotonia quotidiana, con una semplice sete di conoscere nuovi luoghi geografici e questo è bello e sacrosanto. L’importante è partire, è sentirsi sempre in cammino e trasformare chiusure e tentazioni di vivere come se gli altri non esistessero in opportunità di conoscenza ed ascolto del prossimo.
Ulisse è come un adolescente che ha bisogno di conoscere se stesso senza saperlo e si muove, viaggia e vive. Bene. Abramo è come una persona che vuole diventare adulta e non essere “adultescente”, alla ricerca di completezza e armonia e ha sete di un Novum che è l’inatteso, la sorpresa, la novità perenne della vita: l’incontro con Dio Amore e con gli altri riflesso di Lui.
Due modi di vedere e concepire la vita che possono incrociarsi e mai incontrarsi o ascoltarsi e cogliersi nelle diversità senza guerre e odi, ma con l’ascolto reciproco del cuore che arricchisce sempre.

Non vivere su questa terra
come un inquilino
oppure in villeggiatura
nella natura
vivi in questo mondo
come se fosse la casa di tuo padre
credi al grano al mare alla terra
ma soprattutto all'uomo.
Ama la nuvola la macchina il libro
ma innanzi tutto ama l'uomo.
Senti la tristezza
del ramo che si secca
del pianeta che si spegne
dell'animale infermo
ma innanzitutto la tristezza dell'uomo.
Che tutti i beni terrestri
ti diano gioia,
che l'ombra e il chiaro
che le quattro stagioni
ti diano gioia,
ma che soprattutto, l'uomo
ti dia gioia.

Questa poesia che il poeta turco Nazim Hikmet scrive al proprio figlio può diventare un’occasione di confronto e di riflessione tra il modo di vivere di Ulisse e quello di Abramo.
Peccato che, come figli di Ulisse o di Abramo, non abbiamo sempre seguito “virtute e conoscenza” ma storie infinite di “guerre giuste” ignorando cammini o navigazioni pacifiche e in-nocenti che portassero alla vita piena e fraterna tra i popoli.
Mentre concludo questa mia lettera fraterna, ancora una volta una vexata quaestio: papa Giovanni XXIII è stato un uomo artigiano di pace (Pacem in terris) o un terribile guerrafondaio, tanto da essere stato “prescelto” quale Molok protettore di eserciti e di missioni apparentemente di pace?
Allora, chi ci salverà?
C'è un quadro: “La nave” di Laska Oskar (1874-1953), che ho vista dal vivo in una mostra all’estero, che sembra rispecchiare la nostra società che appare come una barca con tanta confusione e ingarbugliamento, in lingua napoletana diciamo: “na varca scurdata”, ci viene in aiuto Sant'Agostino che scrisse: “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle”.
Allora noi tutti, gente del Sacro Cuore, nelle vicende della vita, vogliamo fare esperienza del coraggio di Abramo nel cammino che conduce a Cristo.
Rifletteremo in particolare, lungo l’intero corso di quest’anno su nove “perle preziose”:

1. Accogliere le novità e i cambiamenti.
2. Affrontare con serenità separazioni e lutti.
3. Impegnarsi e fare.
4. Accogliere l’altro e far fare.
5. Entrare in relazione.
6. Perseverare.
7. Fare chiarezza.
8. Essere se stessi.
9. Pregare.

Auguri di cuore
p. Giorgio
Portici, 19.09.2017
Solennità di s. Gennaro martire
 

”Sotto l’ombra dello Spirito alla palestra di Gesù”


Carissimi e carissime, sono di ritorno  dalla terra del Santo.  Preferisco evitare la comune denominazione:
”Terra santa”, non avendovi trovato riferimenti che riportano a una santità in chiave di pace, riconciliazione, amicizia tra i popoli, anzi tutt’altro!
Diversi di voi mi hanno chiesto: ”cosa ti ha più colpito di  quei luoghi che hai visitato?”
Ebbene, come 22 anni  fa, ho provato una grande gioia interiore nell’essermi ritrovato nella casa di Maria di Nazaret, all’interno della Basilica dell’Annunciazione.


Ecco il testo di un bel canto che ho trovato su Maria:



Canto te, Maria”
Nella casa tua io canto a Te, Maria.
Prendi tra le mani Tu, la vita mia.
Accompagna il mio cammino verso Lui.
sulla strada che hai percorso Tu, Maria.
Tu che hai vissuto nella verità.
Tu, vera Donna della libertà,
dal cuore tuo l'amore imparerò
e, nel mondo, io lo porterò.
Resta vicino a me, Madre di Dio,
del tuo coraggio riempi il cuore mio,
solo l'ardore, allora, mi guiderà,
sarò luce per l'umanità.

 

Il “Chàire” dell’arcangelo Gabriele a Maria è risuonato fortemente in me. Ho potuto rivivere quei passaggi preziosi dell’Annunciazione di cui ci parla s. Luca.

“Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un  uomo  della  casa  di  Davide,  di  nome  Giuseppe.  La  vergine  si chiamava  Maria. Entrando  da  lei,  disse:  "Rallégrati,  graziata:  il Signore  è  con  te".  A  queste  parole  ella  fu  molto  turbata  e  si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse:  "Non  temere,  Maria,  perché  hai  trovato  grazia  presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà  grande  e  verrà  chiamato  Figlio  dell'Altissimo;  il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine" Allora Maria disse all'angelo: "Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?". Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te e  la  potenza  dell'Altissimo  ti  coprirà  con  la  sua  ombra. Perciò colui  che  nascerà  sarà  santo  e  sarà  chiamato  Figlio  di  Dio.  Ed ecco,  Elisabetta,  tua  parente,  nella  sua  vecchiaia  ha  concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile:  nulla  è  impossibile  a  Dio". Allora  Maria  disse:  "Ecco  la serva  del  Signore:  avvenga  per  me  secondo  la  tua  parola".  E l'angelo si allontanò da lei.
(Lc 1,26-38).

 

Maria,  piccola  Maria,  fanciulla  di  Nazaret,  vissuta con la sua gente, entra nella “stanza” del suo cuore, nelle sue profondità e incontra lo Spirito di Dio: un fascio di luce che, come un tepore primaverile, dopo un lungo inverno, la copre tutta e la riscalda. Ma  occorre  capire  con  la  testa  e  con  il  cuore; laddove  il  cuore  comprende  ed  afferra  subito, mentre la testa deve fare dei passaggi diversi  e, a volte,  impiega  più  tempo,  soprattutto  oggi,  per  noi occidentali, figli anche di un esasperato razionalismo che difficilmente ci fa abbandonare al canto del cuore e a quella fede di cui parla Gesù che fa trasportare le montagne…2
Ecco che un senso di timore  pervade Maria, tante domande vengono fuori  come  da  una  sorgente:  “Chi  sei?  Cosa  mi  chiedi,  non  capisco, qual è il senso di tutto ciò… voglio venirne a capo… com’è possibile?!? È tutto vero o sto sognando? Chi sono io perché stia accadendo tutto ciò? Cosa sarà di me, della mia gente? Che succede? Sto tremando!”
Com’è bello sentire l’umanità di Maria, le sue paure, i suoi timori, il suo giusto diritto a capire quello che sta avvenendo… nella sua vita…
e quello che sarebbe avvenuto in lei e per lei unita al suo popolo, alla sua gente! Mai distante e separata!
In Maria vediamo realizzarsi quell’oggi di Dio misterioso e nascosto nel  quotidiano.  Quei  giorni  feriali  che,  spesso,  possono  darti  noia, ansia,  preoccupazioni  sono  anche  forieri  di  novità  inaspettate…  di gioie che riempiono la vita per sempre.
I  vuoti di attesa  del cuore di Maria vengono riempiti da Dio che è gioia piena. Maria, tu sei allora piena di Grazia, cioè riempita da questa gioia della Sua Presenza che non ha termine. Questa gioia non è come quelle  effimere che portano spesso di nuovo a essere tristi, a tornare alla vita di sempre e sperare in qualche altra piccola gioia o surrogato di essa.
Il cuore di Maria è diventato anche il nostro cuore. Maria non è l’irraggiungibile, come recita un noto canto per le liturgie eucaristiche,  ma  la  raggiungibile,  la comprensibilissima  nella  sua


 2
"Gesù disse ai suoi discepoli: 'Abbiate fede in Dio!' In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Lévati e  géttati  nel  mare,  senza  dubitare  in  cuor  suo  ma  credendo  che  quanto  dice  avverrà,  ciò  gli  sarà accordato.  Per  questo  vi  dico:  tutto  quello  che  domandate  nella  preghiera,  abbiate  fede  di  averlo ottenuto e vi sarà accordato." (Mc 11,22-24). "Gli apostoli dissero al Signore: 'Aumenta la nostra fede!'. Il  Signore  rispose:  "Se  aveste  fede  quanto  un  granellino  di  senapa,  potreste  dire  a  questo  gelso:  Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe." (Lc 17,5). "Non abbiate paura. Il Signore è con  voi.  Chiedetegli  un  fede  da  trasportare  le  montagne  e  da  sradicare  le  rocce,  fondata  sulla  sua potenza e sul suo amore...quella fede umile che commuove sempre il cuore del Signore. Ditegli spesso:  'lo non sono nulla, ma tu sei tutto... non posso nulla, ma tu puoi tutto". (ps Magdeleine)

ricerca del Dio nascosto, nel suo semplice desiderio di pregare con le cose  della  vita  di  ogni  giorno,  tra  le  mura  di  casa,  tra  quelle  della sinagoga,  tra  quelle  che  portano  alla  fontana  del  villaggio  ma soprattutto  tra  quelle  incontaminate  e  preziose  del  suo  cuore  di fanciulla, di donna e ora di madre. In  quel  Chàire  c’è  tutta  la  storia  di  un  popolo,  c’è  una  profonda profezia di gioia: gli antichi profeti avevano indirizzato il Chàire alla figlia di Sion, a Israele oppresso dai nemici…  anche a causa della  sua  “dura  cervice”.  Questo  popolo  sembra  che  avesse  un’attitudine marcata  al  non  ascolto,  al  non  avere  “orecchi  per  intendere”.  Ma nonostante  ciò,  non sarebbe  stato  sempre  così!  Infatti,  Lui, l’Altissimo si sarebbe preso cura di Israele ed avrebbe trasformato le sue sorti…  capovolgendo i potenti e i presuntuosi che credono di essere “padreterni” opprimendo e rapinando i poveri e gli indifesi.3

Sulla  bocca  di  Gabriele,  l’inviato  di  Jahweh,  ci  sono  delle  parole speciali che Maria riconosce:


Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele,e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme!
-----------------

«Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!
Il Signore tuo Dio in mezzo a te
è un salvatore potente.
Esulterà di gioia per te,
ti rinnoverà con il suo amore,


3
C’è  un  giudizio  di  Dio  (“Giorno  del  Signore”)  afferma  Sofonia,  da  non  trascurare,  di  fronte  a ingiustizie, violenze, corruzione morale e ricorso agli idoli. Questo giudizio è esteso anche ai pagani che fanno del male al popolo d’Israele e mostrano una vuotezza e presunzione grande. Siamo tra il 640-609 a.C. al tempo del re Giosia il riformatore in cui mette in luce  la Parola che salva, la Parola che va accolta ed ascoltata quella che riporta all’unicità di Dio (2Re 22,8). Ci troviamo di fronte alla tradizione jahvista che evidenzia alcune parti del deuteronomio: come mettere in pratica leggi e norme, i comandamenti  per ritornare a Dio (cfr 2 Re 22). Menomale che ci sono alcuni giusti che
fondano  la  loro  vita  in  Dio…  a  costoro  è  indirizzato  l’invito  speciale  alla  gioia  in  Dio  e  alla trasformazione che solo Lui offre. Cfr Sof 3,11-18; Zc 2,14.

si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa». Un senso di serenità e di sicurezza inizia ad albergare in lei, sa di non  camminare  da  sola  nel  mondo,  sa  e  sente  con  chiarezza  chel’ombra  dell’Altissimo  è  con  lei.  Essa  conosce  la  storia  delle  donne d’Israele e di come siano state adombrate dalla potenza dell’Amore che  si  è  tramutata  in  coraggio,  dono,  accoglienza,  servizio spassionato per gli altri fino a rischiare la vita. Ora Maria è la donna che pur avendo conosciuto lo smarrimento, fa esperienza  della  stabilità  e  della  fermezza  di  chi  cammina, mettendosi in umile ascolto del proprio cuore, per capire dove deve dirigersi, anzi dove il soffio dello Spirito di ‘Adonai la condurrà. Sarebbe il caso di dire, non più:  “Va’ dove ti porta il cuore”, ma: ”Va’ dove ti porta la Ruach ‘Adonai: lo Spirito di Dio, Abbà. Sì,  perché il cuore di Maria dopo quell’incontro col Mistero, diventa come una vela soffiata  dal  vento  che  spinge  la  barca  della  Sua  vita  verso  mari  e porti inattesi.

Come sei bella Maria  in questo spirito di preghiera che non ti ripiega su te stessa ma ti fa aprire al mondo e alla vita. Anzi tu non preghi: sei diventata preghiera!
Come  sei  bella  Maria  in  quella  tua  casa che,  come  tutte  le  altre  case,  è provvista  di  un  piccolo  vano  adibito  a stalla,  deposito,  dove  magari  tante donne  cercano  con  affanno  di  riporre oggetti  e  quant’altro,  per  mettere ordine  in  casa, lottando  con  tenacia, facendola tornare sistemata e pulita.4


4
O quale donna, se ha  dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca  attentamente  finché  non  la  ritrova? E  dopo  averla  trovata,  chiama  le  amiche  e  le  vicine,  dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta (Lc 18,8-9).


Lì, in quel luogo in penombra, dove si tenevano anche gli animali come capre,  buoi  ed  altre  suppellettili…  lì  avviene  l’incontro…  non  in sinagoga, non in Gerusalemme, al Tempio degli antichi splendori, ma lì in quella casa a Nazaret.La  cupola  della Basilica dell’Annunciazione che sovrasta oggi la piccola casa di Maria, è a forma di calice di fiore capovolto che filtra la luce. Dal calice dei fiori prende il nome Nazaret 5, insignificante agli occhi dei potenti di quel tempo ma non a quelli di Dio ‘’Rachamim’’.6

Appena arrivato a Nazaret, alcuni segni mi ritornano alla memoria del cuore:  la voce di una mamma  che chiamava la propria figlioletta per nome:  ”Miryam”,  “Miryam”,  quasi  un  benvenuto  per  me  in  quella piccola  zolla  di  terra  della  Palestina,  nella  quale  ha  vissuto  tra  le tante Maria, anche lei: la semplice e silenziosa Miryam, la madre di
Gesù.  Ma  ancor  più  sorprendente  per  me,  appena  atterrato  con l’aereo  a  Tel  Aviv,  la  voce  di  un  fanciullo  che  chiamava  il  proprio padre:  “Abbà,  Abbà”…  non  riusciva  a  prendere  la  sua  valigia,  tra  i tanti bagagli scaricati, appariva spaventato! Fa  una  certa  impressione  sapere  che  questa  stessa  parola  ‘abbà’, pronunciata  da Gesù  in  famiglia,  sarà  poi  rivolta  da  lui  un  giorno, unicamente all’Abbà celeste. Piccoli dettagli che a me dicono molto.7

In questa casa di Maria, nasce e cresce il Mistero della vita…  c’è un antichissima testimonianza incisa  nella pietra,  lì  nei pressi, risalente ai primi secoli: “Chàire Maria”! Un TVB di un antico pellegrino sulle orme  della  famiglia  di  Nazaret,  il  quale  desiderava  che  anche  altri sapessero di questo luogo, agli albori della fede.


5
Nazer= germoglio che gioca con la parola Nazir= nazireo e facilmente si può arrivare alla parola Nazaret.
6
Is 11,1: del futuro Messia si dice: “ Uscirà un virgulto dal tronco di Jesse e un germoglio (neser) dalle  sue  radici  fiorirà ”.  Inoltre:  "Si  dimentica  forse  una  donna  del  suo  bambino,  così  da  non commuoversi  per  il  figlio  delle  sue  viscere?  Anche  se  queste  donne  si  dimenticassero,  io  invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato (tatuato) sulle palme delle mie mani" (Is 49,15s). "Anche se i  monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace; dice il Signore che ti usa misericordia" (Is 54,10).
7
Mc 14,36; Rm 8,15.

Quando tu Maria, dopo l’incontro col Mistero di Dio Amore, sei salita al piano superiore, avevi il cuore pieno di gioia e contenevi il segreto motivo  per  il  quale  noi  siamo  qui  oggi.8


Il  tuo  sì  divenga  anche  il nostro, il tuo “si faccia di me secondo la Tua Parola”, divenga anche il nostro sincero e spassionato aderire alla chiamata del Padre. Il  ritornello di un canto mi viene in mente: “Noi ti cantiamo beata, gridiamo ancora  il tuo «sì»,  i fiori  sbocciano  ancora  e Dio con loro tra noi”…
Ed ancora, la canzone di De André:


E te ne vai, Maria, fra l'altra gente
che si raccoglie intorno al tuo passare,
siepe di sguardi che non fanno male
nella stagione di essere madre.
Sai che fra un'ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.
Ave Maria adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore
povero o ricco, umile o Messia.
Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente.

Allora insieme, come Chiesa in cammino, preghiamo:
”Rallegrati Maria, chiamata per Grazia, il Signore è con te”. Quest’anno  Maria,  vogliamo  seguire  tuo  Figlio,  speriamo  in  una maniera più spedita, lungo le nostre strade e ti chiediamo, per quella profonda comunione dei Santi che ci circonda e per quel mistero di servizio  profondo  ed  efficace  che  hai  reso  alla  Comunità  degli


8
Questo andare al piano superiore mi riporta a quel piano superiore di cui parlerà poi Gesù ai suoi discepoli, il luogo per celebrare la Pasqua: Mc 14,15.

apostoli riunita dopo la Resurrezione  del Tuo Figlio, di sostenerci a correre verso gli altri con Cristo. Vogliamo andare alla Sua “palestra” per allenarci e per esercitarci ad essere sempre più Lui, l’instancabile pellegrino che ha percorso città e  villaggi con passione e forza…  conoscendo  da cima a fondo tutta la Palestina.  Il  suo  è  stato  un  continuo  allenamento  per  vivere  del Padre- Abbà.9


S. Paolo scrive: “Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma  uno  solo  conquista  il  premio?  Correte  anche  voi  in  modo  da conquistarlo! Però  ogni  atleta  è  temperante  in  tutto;  essi  lo  fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile. Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma
non  come  chi  batte  l'aria, anzi  tratto  duramente  il  mio  corpo  e  lo trascino  in  schiavitù  perché  non  succeda  che  dopo  avere  predicato
agli altri, venga io stesso squalificato.” La  vita  cristiana  non  consiste  tanto  nell’imitare  Lui,  i  suoi atteggiamenti o comportamenti, ma piuttosto nel  tendere a crescere
in  Lui  per  diventare  Lui…  il  nostro  è  un  cammino  meraviglioso  di cristificazione per un’umanità rinnovata. Noi allora, quest’anno, ci renderemo disponibili ad offrire la terra del nostro cuore a Dio, come ha fatto Maria: “Avvenga di me quello che hai detto” … il resto lo  farà il soffio dello Spirito, l’ombra del Suo
Amore, l’ombra delle “ali Sue”.10

Un abbraccio benedicente
p. Giorgio

A Portici, dopo il ritorno dal “santo viaggio”, 24 agosto 2015, festa di s. Bartolomeo apostolo.


9
Il  termine  palestra  ci  richiama  un  luogo  in  cui  si  pratica  dello  sport;  un  luogo  in  cui  si  fanno
esercizi per sviluppare delle attitudini, per educare il corpo, la persona.
10
Sl 90

P.S.: avrei voluto scrivere tante altre cose sul pellegrinaggio… spero di incontrarvi per parlarvi e comunicarvi il vissuto e per dirvi delle tante situazioni della terra di Gesù. In particolare, ciò che più mi ha fatto soffrire, è stato il clima di tensione che c’è in Israele:
1.  Armi  dappertutto,  700  Km  circa  di  muri  innalzati  (di  8  mt  c.a), intorno alle città palestinesi, oramai ridotte sempre più ad “un resto d’Israele” rispetto al 1948 e al 1967.
2. Filo spinato dappertutto: l’industria italiana alla quale alcuni anni fa sono stati commissionati Km e Km di filo spinato, ha registrato un trend sbalorditivo dei propri affari.
3.  Esercito  presente  dovunque,  in  gran  maggioranza  costituito  da ragazzi tra i 18 e i 20 anni, (si prestano 3 anni di servizio militare).
4. Insediamenti di coloni  israeliani nelle città palestinesi, strade che diventano  private,  ad  uso  esclusivo  dei  coloni  e  quindi  non  più utilizzabili da parte dei palestinesi.
5. Clima di terrore diffuso.
6. Armi giocattolo in vendita su bancarelle e presso negozi. Le stesse tra  le  mani  di  bambini:  “oggetti  normali”  per  coloro  che  un  giorno saranno addestrati alla guerra. “Si vis pacem, para bellum”. Solo è da capire cosa significhi pace.

Come vi sentite ora?
Così  mi  sono  sentito  io:  catapultato  dal  clima  della  casa  di Nazaret sulle strade della vita di oggi…
… ma non si offuschino le coscienze e rimanga accesa la speranza!
Buon cammino di speranza a tutti voi.

 

Lettera agli amici per l’inizio
dell’anno pastorale 2016-17


Una lettera  sulla Speranza che prende l’ispirazione dalle seguenti parole
di papa Francesco:


(Papa Francesco, a Santa Marta, il 29 ottobre 2013).
“Speranza che insiste”
Davide M. Turoldo


Carissimi amici,
in  questo anno che è davanti a  noi  vogliamo riflettere sulla  via maestra della  speranza, partendo da tre aneddoti  relativi  alla vita  di tre persone specialissime:  d.  Tonino  Bello,  Madre  Teresa  di  Calcutta  e  Dietrich Bonhoeffer. Don Tonino Bello, il vescovo profeta morto a Molfetta più di venti anni fa, facendo una visita pastorale alla sua gente emigrata in  Argentina, subito volle tuffarsi in un luogo di grande povertà e miseria, un villaggio fatto di catapecchie e pieno di pozzanghere  in cui sguazzavano, correndo,  torme di  bambini  che  facevano  volare  un  aquilone.  All’orizzonte  vedeva stagliarsi le montagne dell’Argentina e, in quella speciale sera di ottobre, contemplava il cielo chiarissimo che riempiva l’aria di attese. 1

Racconta don Tonino che gli si avvicinò una bambina dal nome bellissimo: Milagro  (miracolo) che, tenendolo per mano, lo condusse nella su a casa, seguita  da  una  frotta  di  fratellini.  Un’unica  stanza  era  la  casa  di  quella famiglia numerosa;  sulla fiamma del camino una pentola bolliva e di quei “fagioli  schiumanti”  presto  si  sarebbero  nutriti  gli  affamati  bambini.  Lo sguardo  di  don  Tonino  si  posò  sulla  mamma  di  Milagro,  al  cui  collo pendeva un bambino addormentato e i cui occhi trasmettevano un senso di  pudore  e  di  dignità,  e  sul  centro  tavola:  tra  piatti  e  scodelle  c’era  un libro dal titolo “El santo Evangelio de nuestro Señor Jesus Christo”. In quel momento don Tonino avvertì un certo senso di parentela e si sentì come a  casa  sua;  solo  allora  la  donna  aprì  la  bocca  e,  guardando  il  Vangelo, disse:  “Unica  esperanza  por  nuestra  pobreza”.  Il  volto  del  vescovo  si illuminò ed egli si rese conto di non trovarsi davanti a dei disperati ma che in  quella  baracca  si  macinava  la  speranza.  Ne  ebbe  conferma  dal  segno del crepitio della fiamma del camino, fiamma che d. Tonino interpretava come la speranza dei poveri, una speranza più potente di una fiamma che riscalda  e  illumina,  impedendo  di  cadere  nella  disperazione,  nella rassegnazione o nel vittimismo.Allora comprese che in quella baracca “vibravano le attese di un mondo nuovo affrancato dalle ingiustizie”. Il grande sogno di “cieli nuovi e terra nuova“ lievitava in quella come in tante altre baracche delle periferie del mondo. Don  Tonino  diede  un  bacio  al  bimbo  addormentato  tra  le  braccia  della madre  e  poi  tornò  a  contemplare  il  Cielo.  Rivide,  uscendo  da  quella abitazione,  l’aquilone  librarsi  altissimo  sui  tetti,  trattenuto  da  un  lungo filo,  che percepì come segno della speranza che viene dal Vangelo e che dai  più  poveri  si  rivolge  alle  città  opulente  e  blindate  di  tanti  ricchi  e potenti. Il riscatto dei poveri e degli ultimi della terra!


1 Don Tonino confessa che con piacere evase le visite e i saluti formali, tralasciando le
holding  commerciali  e  le  sontuose  residenze  di  VIP  sudamericani  andando  verso  le
periferie di Buenos Aires.

Congedatosi,  raggiunse l’autovettura che lo attendeva sull’ultimo nastro di asfalto fuori del villaggio, accompagnato dallo sguardo di Milagro che continuava a fissarlo, quasi volesse continuare quel battesimo di speranza di cui lei e la sua famiglia erano stati portatori. Per don Tonino quella sera fu davvero un “milagro” di speranza! Ecco, allora,  che il mio pensiero  corre veloce alle esperienze delle tante periferie del mondo e sento una profonda comunione con papa Francesco che, nella veglia di Pentecoste del 2013,  affermava: “la Chiesa deve uscire e  dirigersi  verso  le  periferie  esistenziali”,  cioè  verso  quei  luoghi  in  cui  il Vangelo è l’unica “esperanza por nuestra pobreza”.
Qualche domenica fa, in piazza S. Pietro, c’è stata una grande festa per la canonizzazione  di  Madre  Teresa  di  Calcutta  le  cui  mani  hanno  toccato  i tanti sacramenti dei poveri Cristo di questo mondo consegnando loro la dignità, il rispetto e l’amore di cui erano stati privati. Un giorno madre Teresa, per strada, raccolse con grande venerazione in un lenzuolo bianco una persona morente che, aprendo i suoi grandi occhi, le  sussurrò:  “Perché  lo  fai?”  .  Ed  ella   rispose  semplicemente:  “Perché  ti voglio  bene!”.  Ed  ecco  che  l’aquilone  della  speranza  agitato  nel  vento argentino, va ad unirsi all’amore di un servizio spassionato e gratuito. In  piazza  S.  Pietro  papa  Francesco  ha  affermato  che  tanta  gente,  anche tanti ricchi a cui madre Teresa faceva comprendere di essere responsabili di  tanta  povertà  e  degrado,  hanno  incontrato  la  piccola  missionaria albanese ma, come sostiene Enzo Bianchi, il priore di Bose, solo i poveri tra i poveri l’hanno veramente conosciuta e toccata.
Ecco,  cari  amici,  che  in  queste  periferie  del  nostro  piccolo  mondo, minuscolo  granello  nell’universo,  arriva  la  speranza  che  non  è  tanto  un concetto  da  approfondire  o  su  cui  riflettere  in  un  salotto  letterario,  ma qualcosa che balza fuori dai luoghi che sembrano i più infernali della storia. Dietrich  Bonhoeffer,  pastore  evangelico  ucciso  a  Flossenbürg  nel  1945, all’alba della sua impiccagione, si levò dalla baracca che condivideva con decine di deportati, si inginocchiò e si affidò al suo Dio. Gli occhi di tanti erano fissi su di lui, quasi a chiedersi come facesse una persona che sta per  essere  uccisa  a  non  disperarsi.  Ma  lui,  capo  chino  e  mani  giunte, riconosceva  nello  spazio  del  suo  cuore  il  Dio  che  “abbatte  i  potenti  e innalza gli umili”.2

Immagino che quella baracca, rifugio di povera gente che aspettava solo di morire, si illuminasse di una luce nuova e che quella gente sentisse nei pori della propria pelle, cosa significasse il colore della speranza “che non delude”.3
Ecco, allora, che la speranza non è qualcosa, ma Qualcuno da accogliere; è  Gesù  il  Risorto  che  viene  a  noi  e  che  può  compiere  in  noi  lo  stesso “milagro” che ha realizzato nei cuori di don Tonino Bello, di madre Teresa, di  Dietrich  Bonhoeffer,  liberandoci  da  quelle  paure  che  ci chiudono  agli altri e ci bloccano. Gesù  viene  a liberarci  da  varie  paure:  innanzitutto,  dalla  paura  di diventare persone vere, poi dalla paura di  perdere le cose, le tante cose che possediamo, da quella di sbagliare e di essere giudicati, dalla paura di dire  la  verità  o  di  dire  come  stanno  realmente  le  cose,  dalla  paura  di rischiare,  dalla  paura  di  dire  NO,  dei  chiari  NO  di  fronte  agli  errori  ed
orrori  della storia. Insomma, da tutte quelle paure che ci attanagliano, ci impediscono di essere liberi e ci chiudono alla speranza. L’incontro  con  Gesù  e  con  la  sua  Parola  viene  a  liberarci  dalle  chiusure interiori, di gruppo, di famiglia, verso gli estran ei e verso gli immigrati.
Attraverso  Gesù  possiamo  comprendere  che  la  speranza  che  cambia  le coordinate della  storia  sta  nel  creare ponti di prossimità, di perdono, di riconciliazione. Con Gesù scopriamo che Dio è di parte, sta dalla parte dei poveri e dei peccatori e comunica loro la speranza del cambiamento.
Stare con Gesù e assorbire la sua Parola significa cambiare prospettiva e vedere la nostra storia, anche la nostra Europa vecchia e decrepita, avere possibilità di riscatto anche se il nostro mondo è  diventato una polveriera e il nostro Mediterraneo una “pianura liquida”4 nella quale affogano tanti poveri cristo.


2 La descrizione degli ultimi momenti della vita di Bonhoeffer è tratta dal libro di H. Fischer-Hüllstrung,  medico  presente  all’esecuzione:  “Il  mattino  in  cui  Bonhoeffer venne impiccato”.
3 Cfr.: Rm 5,5:”La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”.
4 Definizione di Fernand Braudel, storico francese (1902-1985)

La nostra è una “speranza che insiste” anche se:
1.  i  maggiori  leader  dell’U.E.  si  sono  formati  alla  scuola  delle  grandi imprese finanziarie che dominano le politiche nazionali e tarpano le ali ad una reale democrazia;
2.  la  corruzione  sembra  essere  diventata  un  habitus  normale  che, purtroppo, solo in Italia affama 5 milioni di famiglie;
3.  corruzione  e  collusione  sono  collegate  con  un  filo  ai  cosiddetti poteri  definiti  falsamente  “forti”,  meglio  “bacati”,  che,  in  un diabolico connubio, generano mafia e delinquenza;
4.  la politica ha perso la capacità di dare forma al futuro chiudendosi nel ristretto spazio del potere da conservare;
5.  nuove  pulsioni  identitarie  e  razziste  respingono  popoli  in  fuga  dai loro Paesi in fiamme.


Di  fronte  a  tante  immagini  raccapriccianti  che  spesso  ci  propongono giornali e televisioni (chi non  ricorda quella del piccolo Aylan approdato sulle spiagge turche scappando dalla guerra?), la gente si commuove ma non  si  muove  perché  le  manca  la  speranza  che  spinge  a  costruire “aquiloni  preventivi”  che  facciano  volare  alto,  liberando  da  zavorre  e appesantimenti del cuore.5


Aquiloni preventivi sono, innanzitutto, quel consegnarsi nelle mani di Dio attraverso la forza trasformante della preghiera, l’apertura e lo spirito di riconciliazione, le piccole condivisioni di sogni, di idee, di vedute nuove, di gesti,  di  denari  ed  infine,  continuare  insieme  il  cammino  di  crescita umana e spirituale.
Cari  amici,  utilizzando  un’immagine  cara  a  papa  Francesco,  Dio  non  si  “balconea”, cioè non rimane affacciato alla finestra vedendo le sventure degli uomini senza far niente. Dio non ha pregiudizi! Com’è  incoraggiante  e  foriero  di  speranza,  il  capitolo  3  del  libro dell’Esodo, in cui Dio “ha osservato la miseria del suo popolo”, “ha udito il
suo grido a causa dei suoi sorveglianti” e sceglie di liberarlo! Un Dio che viene a “scippare” in positivo degli schiavi dalle mani del faraone.


5  Aquiloni  preventivi  è  il  titolo  di  un  libro  pubblicato  nel  2003  dagli  amici  veneti
Nandino  Capovilla  e  Elisabetta Tusset sulla triste realtà  della condizione  del popolo
palestinese.

La speranza nostra nasce nel cuore del primo testamento da una voce che dal  roveto  ardente  parla  a  Mosè  perché  si  desse  una  mossa:  “Mosè  la terra che tu calpesti è sacra! Togliti i sandali da fuggiasco, sii un nomade
errante che libera gli altri da schiavitù. Muoviti! La tua  gente non ce la fa più a reggere, ha bisogno principalmente di capire, di riflettere, di parlare cuore  a  cuore  con  me  per  potersi  muovere  e  per  potersi  liberare  dalle catene. La tua gente è diventata come i mattoni che fabbrica, un oggetto impastato di argilla ed acqua… io quando vi creai e soffiai su di voi il Soffio di vita e di amore non vi ho sognato così! Il tuo popolo non si accorge che può  lasciare  le  sue  schiavitù  e  partire  con  i  sandali  della  speranza  e  la lucerna accesa dell’amore per la vita e attraversare il deserto del mondo e le sue aridità per arrivare alla terra promessa della pace e della giustizia non alla terra delle conquiste con guerre amare e sanguinarie”.6
Un mucchio di gente, non ancora popolo, viene dunque, chiamata a fare un cammino per passare da massa a popolo, per passare dall’ignoranza e dalle tenebre della morte alla via della pace e della giustizia. Ecco  che  il  Regno  di  Dio  viene  scolpito,  come  le  tavole  delle  10  Parole, perché Dio non venga interpretato come una parola vuota  e senza senso. Esso viene scritto col “dito di Dio” sulla pietra in attesa di essere scritto nei cuori da Gesù di Nazareth col suo stile di vita impastato di amore e di giustizia, di pace, nonviolenza e perdono, di chiarezza e dono di sé.
C’è  bisogno,  per  partire,  del  consenso  di  tutti.  C’è  una  traversata  da compiere  e  non  ci  si  può  prendere  il  lusso  di  essere  divisi,  di  litigare  e sprecare  energie  nel  separarsi.  Occorre  un  tempo  ed  un  processo  di
unificazione per muoversi. Dio  vuole  liberare  il  suo  popolo  (che  non  sa  ancora  di  essere  tale),  da un’economia  dei  mattoni  e  farlo  passare  a  quella  della  speranza,  della condivisione,  dell’affetto,  del  perdono,  della  manna  che  scende,  che  va suddivisa  e  che  non  deve  avanzare  né  essere  conservata,  perché ammuffirebbe.7 Per  fare  esperienza  di  speranza,  quella  vera  come  l’aquilone  che  volava sul  villaggio  di  Milagro,  occorre  investire  in  relazioni  umane  in  maniera autentica. La felicità nasce dal seme della speranza.


6 Cfr.: Es 3
7 Cfr.: Es 16,17-19.

“Per fare un albero ci vuole un seme …”, recitava  una vecchia canzone: in quelle parole c’è una coerenza e una chiarezza che portano a qualcosa di concreto. Quante volte, nell’Egitto della nostra società occidentale, i potenti che ci governano ci presentano piatti caldi fatti di investimenti in sicurezza? Ma  di  quale  sicurezza  parliamo?  Quella  dei  muri  che  separano  e respingono? Quanti se ne dovranno ancora innalzare? Basterà  quello  di  Calais,  alto  4  metri  e  lungo  un  Km,  che  lambirà  i  due tratti di strada che portano alla città del nord della Francia e  che costerà “appena, appena” 2,7 mln di euro? Quante armi ancora dovranno essere costruite ed esportate dovunque da mercenari  senza  scrupoli  ma  col  consenso  dei  paesi  di  provenienza  (la nostra Italia è al 4° posto nel mondo come esportatrice di armi)?8

E  poi  la  terminologia  “armi  leggere”  induce  a  pensare  e  a  cadere nell’equivoco  che  esse  siano  migliori  di  quelle  c.d.  “pesanti”.  Con  le leggere si ammazza meglio! Finiamola con buonismi  ed equilibrismi! Quante città, alla  luce di ingiusti ed assurdi eventi terroristici, dovranno conformarsi  a  nuovi  standard  di  sicurezza  che,  da  un  lato,  conferiranno una sorta di certificazione d.o.c. per “nuove città sicure” ma che dall’altro, riveleranno  ancora  più  chiaramente  la  paura  verso  lo  “sconosciuto”,  lo straniero, il diverso da me? Anche la Brexit è segno di una idea di speranza senza ali che, con sofferenza, abbiamo dovuto subire come europei ed in particolare i giovani.9


8  Cfr.  La  relazione  annuale  del  governo  sull’export  militare  italiano  2015  -  appena trasmessa al Parlamento e anticipata da Nigrizia  -  mostra un aumento del 200% per le autorizzazioni  all’esportazione  di  armamenti  il  cui  valore  complessivo  è  salito  a  7,9 miliardi  dai  2,6  del  2014.  Boom  verso  Paesi  in  guerra,  in  violazione,  attraverso  vari
escamotage,  della  legge  185/1990:  il  volume  di  vendite  autorizzato  verso  l’Arabia Saudita  è  salito  a  257  milioni  dai  163  del  2014:  +58%.  Cresce  il  ruolo  delle  banche, Unicredit la più attiva. Da “Il fatto quotidiano” art. di Enrico Piovesana, 4 maggio 2016.
9  Per non parlare dei c.d. T.T.I.P e quant’altro: ”Il profeta dell’Apocalisse descrive la Roma  Imperiale  come  la  BESTIA dalle  sette  teste  che  rappresentano  i  sette imperatori.  Anche  il  nostro  Sistema  economico-finanziario  è  una  Bestia  dalle  sette teste  che  sono  i  sette  importanti  trattati  internazionali  (NAFTA,  TPP,TTIP,  CETA,

 

Geremia, 7 secoli prima di Cristo, agli albori della chiamata di Dio, scriveva:


Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Che cosa vedi Geremia?
Risposi: “Vedo un ramo di mandorlo (in ebraico = shaked).
Il Signore soggiunse: “Hai visto bene poiché io vigilo (in ebraico = shoked)
sulla mia Parola per realizzarla”.10


Nella lingua ebraica c’è un gioco di parole tra la parola  “mandorlo” e “io vigilo”. Il  mandorlo  è  il  primo  albero  a  fiorire  in  primavera ,  che  rappresenta l’inizio  della  vita.  Il  ramo  di  mandorlo  è  detto  dagli  ebrei  “ramo  della vigilanza di Dio” che realizza la Sua Parola. Ecco  allora  che  si  apre  davanti  a  noi  un  cammino  meraviglioso  fatto  di mandorli che fioriscono in proporzione al nostro vegliare, al nostro aprire il  cuore  e  gli  occhi  sulla  realtà,  per  trasformarla  con  la  forza  della speranza.
Shalom benedicente!
p. Giorgio


Portici, domenica 25/09/16

Giorno del Signore, Signore dei giorni



TISA, CAFTA, ALCA), siglati per creare un mercato globale sempre più liberista sotto la spinta delle multinazionali e della finanza che vogliono entrare nei processi decisionali delle nazioni. I trattati che ci interessano più direttamente ora sono il CETA (Accordo Commerciale  tra  Canada  e  Europa),  il  TTIP  (Partenariato  Transatlantico  per  il commercio  e  per  gli  investimenti)  e  il  TISA  (Accordo  sul  commercio  dei  servizi)”,
Lettera di p. Alex Zanotelli del 28 luglio 2016. Per informazioni:www.stop-ttip-italia.net.
10  Ger 1, 11-12.

Lettera pastorale 2014-15


Carissimi amici ed amiche,
“Storpi, ciechi, zoppi, sordi, muti, vedove, orfani, persone afflitte da varie infermità, indemoniati guariti …”: ecco il seguito di Gesù buon pastore!
Un  popolo  difettoso  di  gente  povera  e  “incapace”,  non  di  persone perfette e selezionate adatte ad un mondo asettico e poco vitale. È la
stessa gente che io preferisco nella mia vita di pastore. Lo stesso popolo  così particolare che, già radunato attorno a Giovanni il
Battista,  aveva  vissuto  l’esperienza  dell’immersione  nelle  acque  del Giordano dove anche Gesù, in quel bailamme di volti e di situazioni, si
immerge insieme ai senza dignità, ai poveri, ai par ia, a tutte quelle persone alle quali è stato negato il presente; …e del futuro? Meglio non parlarne! Gesù, uomo tra gli uomini, con semplicità e fortezza, con la serenità nel cuore, con passo deciso, mette i suoi piedi in quell’acqua con un popolo altro che anela, senza saperlo neanche, a qualcosa di nuovo. Con quel popolo di poveracci e di scartati dà inizio ad un tempo nuovo di bontà e di pace (Kairòs), ad una nuova storia di vita e di speranza, ad una nuova transumanza che non porta ai palazzi dei potenti mapiuttosto fuori le mura, in un luogo all’aperto.
Un nuovo arcobaleno appare in quello spazio geografico del deserto della Giudea dove non c’è altro, se non palude, steppa, acqua,  mai abbondante quell’acqua.
Sempre all’apertosi realizzeranno, in seguito, dei segni speciali, come il messaggio delle Beatitudini, la moltiplicazione dei pani e dei pesci ed altri segnali che avrebbero indicato il Regno di Dio quale lievito di un pane nuovo che era già lì, sorprendentemente lì… tra la folla che si faceva  battezzare  da  Giovanni  e  in  mezzo  alle  case  dei  poveri,  dei dimenticati e degli scartati della storia… e non se ne sarebbe andato
mai più, perché il Regno di dio è una Presenza: è Lui!
Ha inizio una sorta di nuova caccia al tesoro del campo che porta alla scoperta del Regno di Dio in mezzo agli uomini, in mezzo a coloro che riscoprono dignità e valori da condividere senza fretta, senza corse per un trofeo, senza raccomandazioni (cfr. Mt13).  C’è gente in cammino lì, e la migliore riuscita di un cammino è percorrerlo
senza pensarci troppo, senza ostentazioni o tentennamenti. M. Buber filosofo ebreo nel suo libro: “Il cammino dell’uomo” afferma che questo nasce da una chiamata interiore: “Adamo dove sei?”,dove sei nei tuoi 15, 20, 30, 40, 50, 80… anni di vita? Dove sei? Come stai vivendo la tua vita? Queste persone incominciano una caccia ad  un tesoro che è piccolo, impercettibile ma, nello stesso tempo,  grande, immenso al punto da
travalicare la storia umana e da oltrepassare il pensabile…
È un tesoro profondo, di quella profondità dei cuori che solo le persone
riconciliate e non più in guerra con se stesse e con gli altri possono
riconoscere; è un tesoro grande, perché nessuno possa dire: ”Eureka!
L’ho afferrato, è mio! È mio e non è tuo!”… ed iniziare nuove “guerre
sante” con nuovi capri espiatori da immolare.
1
È un tesoro che ti passa davanti e, come per il primo amore, non te ne
accorgi subito; ma poi lo noti e capisci di essere stato già notato, scelto
e amato…
“È Lui che ci ha amati per primo!” (1Gv 4,10).
“Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima
che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando erisotto il fico». Gli replicò
Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». Gli rispose
Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose
maggiori di queste!”(Gv 1,48-50). Ecco l’Amore che cos’è!
Un testo apocrifo afferma: ”quando il Signore uscì dall’acqua, tutta la
fonte dello Spirito Santo discese, riposò su di Luie gli disse: ”Figlio mio,
da tanto tempo, in tutti i profeti, aspettavo che tu venissi per riposarmi
su di Te. Tu sei il mio riposo” (Vangelo degli Ebrei).
Nel giorno del battesimo di Gesù nel Giordano, finalmente, lo Spirito del
Signore  trova  stabile  dimora  in  Lui,  in  quell’uomo  chiamato  con  un
nome comunissimo, Gesù, il figlio del falegname di Nazareth… terra di
confine, terra dei Goim, dei Gentili, di gente mescolata, dei dimenticati
da tutti tranne che dal disossante potere romano, globale e locale, che
si  preoccupa  di  chi  spennare  e  ridurre  all’osso.  Guai  a  sgamare  gli
inganni e a contrapporsi a quel sistema di potere perché, facilmente, si
1“La persona che non è in pace con se stessa è in guerra col mondo intero” (Gandhi).
rischia di finire su due pezzi di legno incrociati!
In quel giorno famoso, da quando l’acqua scese sul suo capo bagnando
i capelli e, come olio, entrò prepotentemente e lentamente nelle fibre
della  sua  tunica  bianca,  bagnando  tutto  il  suo  corpo,  finalmente  lo
Spirito  che  aleggiava  sulle  acque  primordiali  della  creazione,  può
riposare su di Lui, trovando una dimora in cui abitare stabilmente.
Come l’Abbà celeste, dopo i sei giorni della bella  creazione, si riposò
“arricreandosi” con le creature formate dalle sue viscere amorevoli,
così lo Spirito, soffio femminile di Dio Padre, brezza che spirava davanti
alla caverna di Elia profeta, scende per restare ed abitare anche Lui in
un corpo reale, fatto di carne ed ossa, quello del Nazareno.
2
“Non sono un fantasma, non temete!” dirà Gesù dopo  la sua morte,
quando  incontrerà  i  due  discepoli  di  Emmaus  nella  loro  tristezza  e
confusione.
3
Che bello! ...
Dove c’è lo Spirito, la Ruach del Padre abbà, c’è Vita e non morte, c’è
Resurrezione e gioia piena.
Dal  giorno  della  discesa  di  Gesù  nell’acqua  del  Giordano,  l’“ombra
dell’Altissimo”, la  nube  luminosa e la colonna di  fuoco degli  antichi
padri nel deserto, lo accompagnano in una storia d’Amore, in nuove
avventure con gli uomini; accompagnano Lui, il Figlio dell’Uomo, il fiore
più  bello  dell’umanità…  nella  “valle  di  Acor”,  (valle  di  sventura),
finalmente trasformata in “Valle” della Speranza. L’arca di Noè si era
fermata lì definitivamente!
4
Da quel giorno si può scendere su questa nuova terra e nuovo cielo, su
questa  zattera  di  vita  nuova,  su  questa  esistenza  fatta  di  carne  di
2 Così  ce  lo  descrive  un  testo  intertestamentario  deuterocanonico.  Inoltre  nel  libro  dei
Proverbi, al c.8,30-31, così ci viene presentata laSapienza creatrice: “allora io ero con lui come
architetto  ed  ero  la  sua  delizia  ogni  giorno,  dilettandomi  davanti  a  lui  in  ogni  istante;
dilettandomi sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell'uomo.
3Lc 24,36-43
4v. Os 2,16-17: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Le
renderò le sue vigne e trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza. Là canterà come nei
giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d'Egitto”.
popolo, su questo lembo di vita che incrocia dentro al “pozzo senza
fondo” del suo cuore tutte le persone, intercettando i loro cuori: quelli
più persi per farli ritrovare, quelli più feriti per sanarli, quelli carichi di
tensioni e di odio per portarli alla gioia e alla liberazione dell’Amore.
Tutti possono scendere da quell’Arca finalmente, senza paura di essere
ingannati, senza il pericolo di essere rivenduti sui mercati del mondo,
senza il timore e il dubbio di essere abbandonati elasciati su terra arida
ed  insanguinata. Tutta  la creazione può mettere i piedi su  una terra
pianeggiante, lungo corsi d’acqua e trovare finalmente anch’essa riposo.
Finalmente tutti i vegetali, gli animali, gli umani, … sì gli umani, cioè tutti
coloro che scelgono di non lasciarsi corrompere dalla mentalità corrente
del mondo, possono scendere perché non ce la fanno più!
“Benedite  opere  tutte  del  Signore  il  Signore,  lodatelo  ed  esaltatelo  nei
secoli… Benedite mari e fiumi il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli…”
5
C’è  sorprendentemente  una  nuova  città… una  nuova  planimetria  di
case, di costruzioni che sugli stipiti delle porte  e dei portali portano il
segno della pace  e i colori dell’arcobaleno… Sugli  stipiti delle mura
della  città  non  sono  falsamente  scritte  parole  come  Shalom  e  poi
tantissime  persone,  bambini  inclusi  vengono  uccise  crudelmente.
Realmente c’è una nuova città per una nuova terra!
6
“Quale gioia quando mi dissero andremo alla casa del Signore ed ora i
nostri piedi si fermano alle tue porte Gerusalemme”…. (Sl 122,2)
Com’ è possibile? Tutto nuovo? Tutto trasformato?!?
“Cieli e terra nuova” Tu vieni a portarci, senza ripensamenti o ricatti
come  le  divinità  dell’antichità  e  gli  idoli  di  ieri  e  di  oggi,  un
comandamento nuovo che non è basato sulla costrizione, sull’obbligo
ma su un’adesione libera dell’anima, su una proposta, su un invito a
percorrere  un  cammino  assieme  agli  altri  da  pellegrini  e  non  da
visitatori  distratti,  come  ospiti  della  Terra  da  toccare  a  piedi  nudi  e
giammai da possedere.
“Vi do un comandamento nuovo”… amatevi nella pienezza, sì perché
5Dn 3,78
6Mi riferisco alla città di Gerusalemme in cui sui portali dei vari ingressi ad essa ci sono scritte
del tipo: “Shemà Israel…” e quant’altro…
ogni vero Amore si rinnova e non invecchia, l’Amoredi Dio rimane per
sempre.
7
Questo  nuovo  comandamento crea uno  spazio  di  cambiamento  per
tutti:  buoni  e  cattivi,  uomini  e  donne  di  ieri  e  di  oggi,  perché  tutti
possono capire, avere un’opportunità, tante opportunità, tanto tempo
di grazia e serenità, perché le note della vita possono essere sentite da
tutti e non solo da alcuni “fortunati” della storia: tutta l’umanità dei
figli di Abramo può essere coinvolta nel cambiamento…!
Il giorno in cui il figlio dell’uomo esce dal Giordano per essere parte
sana di un popolo sanato è il nuovo giorno della creazione!
Allora l’Evangelii gaudium è l’Incontro personale con Lui, perché siamo
parte  di  Lui,  dovunque  ci  troviamo  e  qualunque  situazione  di  vita
lambisca la nostra anima, la nostra mente ed il nostro corpo…
C’è Lui! “Guardate a lui e sarete raggianti, non saranno confusi i vostri
volti “ Sl (33) 34,6
Guardate a luima contemplate la terra, dite: ”Padre nostro che sei in
terra…”.
Guardate  a  Lui senza  isolarvi  poiché  siete  parte  di  Lui,  suo  popolo,
“gregge del suo pascolo”, siete suo Corpo, presenza oggi della Sua
Vita, incarnazione semplice di un amore che lambisce da 2000 anni la
madre terra come risacca del mare infinito.
Guardate a Lui: nelle vicende del mondo, come agnelli in mezzo ai lupi,
semplicemente  in  cammino,  senza  appesantimenti,  elucubrazioni
mentali e teorie nella bisaccia, senza orgoglio ma solo con la voglia di
esserci nella storia del mondo, di esserci tra la gente…
Guardate a Lui: per avere nel cuore la Sua Parola di vita in cui  il pane si
moltiplica per essere condiviso, in cui “chi ha duetuniche ne dia una a
chi non ne ha” (Lc 3,11).
Guardate a Lui: “ecco l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”.
8
È inconfondibile, non puoi sbagliare, è Lui in persona che viene a te!
Viene a te “il tuo re, mite seduto su un’asina e suun puledro, figlio di
7Mt 22,34-40; Gv 13,34.
8Gv 1,36;
una bestia da soma, seguilo e non voltarti indietro”.
9
Guardate a Lui: è disarmato, sembra insignificante, le beatitudini sono il
suo sogno per la trasformazione del mondo… beati, beati, beati per
otto volte risuona la parola beati che attraversa ogni ambito della vita
personale, comunitaria e sociale… beati, sì, perché beati sono coloro
che donano e non si isolano in castelli in aria e dimore di pietra ben
recintate. Otto Beatitudini come l’ottavo giorno della Pasqua.
Tutto nasce sul greto del fiume Giordano, in quella misteriosa discesa
agli inferi tra i poveri e tra coloro che sono alla ricerca e non si sono
fermati o autoreclusi.
Fino a quando c’è in te il grido della ricerca e dell’invocazione, fino a
quando c’è  in  te  il  grido di  fronte  alle  ingiustizie della terra,  fino  a
quando c’è il grido della consapevolezza di essere parte di un sistema di
morte  e  non  di  vita  e  il  desiderio  di  uscirne,  allora  è  possibile  il
cambiamento, la santificazione.
Santificazione  in  Lui,  sulle  rive  della  Storia,  cammino  inclusivo,
opportunità per tutti di diventare fratelli, di non sentirsi casta a parte,
salvati e gli altri persi…
Fino a quando c’è il grido per risvegliarsi ed uscire dal torpore della
coscienza che non sa più dove sia Abele, è possibile attraversare tutti il
Mare nostrum per cantare poi il Padre nostro della liberazione.
Fino a quando lungo le rive del Giordano si balbettano le Parole nuove e
ci  si  prepara  a  lottare  e  contemplare,  a  sperare  e  ad  amare
instancabilmente.  “El alma che anda en amor, ni cansa, ni se cansa!”  :
“l’anima che ama non stanca né si stanca” (S. Giovanni della Croce).
Il Giordano è il luogo della preparazione, della scoperta dell’essere uno
in Lui, parte di lui. È il luogo dei principianti che sono determinati a
muoversi.
L’acqua, il deserto, la Voce che grida nel deserto, la Novitàche è Lui tra la
gente, nel cuore della gente, la folla che sostava lì per capire e non morire
dentro o affogare nell’ignoranza, lo Spirito che come colomba scende, la
vocedel Padre abbà… ecco gli ingredienti di un’era nuova che certamente
non è la New Age dell’acquario, nebulosa indefinita, illusione per tanta
9Mt 21,5;
gente di oggi, partenza senza arrivi, solitudine estrema senza confronti,
grido disperato senza l’interlocutore personale dell’anima che è Cristo.
Cari amici, ecco l’invito anche per noi a partire dal Giordano per essere
una sola cosa in Lui!
Ci incamminiamo con la certezza di diventare persone, persone libere e
liberanti, Comunità viva e fraterna, fatta di gentedifettosa che impara a
perdonarsi e a mantenere la giusta distanza con glialtri, che impara a
volersi bene, che prova a costruire e a non andare via rifugiandosi dagli
altri, gente che apprende l’arte di amare al futuro, perché l’amore è
sempre lievito di un pane fraterno e fragrante. “Dacci oggi il nostro
Pane quotidiano”.
“Ci impegniamo  noi e non  gli altri, senza pretendere che gli altri lo
facciano….” direbbe don Primo Mazzolari…
Ci incamminiamo noiperché vogliamo tentare e non stare con le mani
in mano nell’accidia.
Ci incamminiamo noi perché vogliamo tentare di muovere i passi con
storpi, ciechi, zoppi, sordi, muti, vedove, orfani, persone afflitte da varie
infermità, indemoniati guariti …
Ci incamminiamo perché siamo noi insieme quel popolo distorpi, ciechi,
zoppi,  sordi,  muti,  vedove,  orfani,  persone  afflitte  da  varie  infermità,
indemoniati guariti… toccati dal Suo Amore ed è in  nome del quale che
vogliamo muoverci.
In Cristo: gioia piena e vita nuova
Ama! Ama sempre, ama dovunque, ama senza misura. Non pentirti mai
d’amare con tutto il tuo essere. L’amore che avrai donato darà vita ad un
raccolto profumato di felicità (Christine Reinbolt).
Anch’io sono un lontano…
Don Primo Mazzolari così pregava: «Lasciati amare». Tu non mi domandi
di più. Non mi domandi se ti voglio bene. Basta che io mi lasci amare
dall’Amore,  perché  anch’io  sono  un  lontano. Allora  domani  faccio  la
Comunione. Sei Tu che mi ospiti. Io sono l’esule che torna alla Patria: il
Prodigo che dal deserto dell’amore torna alla casa dell’Amore.
E allora, ‘aiutammece’ per 12 motivi…
1. Aiutiamoci perché “24 piedi siamo” oggi per cantare il cantico dei
redenti e farlo conoscere anche agli altri.
2. Aiutiamoci perché possiamo essere Chiesa in uscita e mai in ritirata, in
sagrestia.
3. Aiutiamoci a costruire e mai demolire.
4. Aiutiamoci ad essere propositivi e mai distruttivi.
5. Aiutiamoci ad essere protagonisti del cambiamento con semplicità di
fanciullo  secondo  quel  racconto  delle  stelle  marine...  salvate
dall’innocenza testarda di un bambino.
6. Aiutiamoci a scendere dai piedistalli dei ragionamenti da salotto.
7. Aiutiamoci  a  scendere  e  ad  incarnarci  come  “Cristo  Gesù  che  non
considerò un tesoro prezioso la sua uguaglianza conDio ma spogliò se
stesso”…
8. Aiutiamoci  da  fratelli  ritrovati  a  migliorare  qualche  piccola  cosa
quest’anno in noi, in mezzo a noi, in Comunità comenella città…
9. Aiutiamoci da corpo di Cristo, ad esserci non formalmente ma con
azzimi di sincerità.
10. Aiutiamoci ad esserci e a sentirci Corpo, carne di Cristo e quindi fratelli
con  altri  che  incontreremo:  immigrati,  soli,  “estranei”,  ammalati,
anziani, giovani persi nell’esistenza e senza lavoro…
11. Aiutiamoci per essere in Lui.
12. Aiutiamoci per essere Lui, oggi per le strade del mondo.
Che Maria, l’odigitria: colei che ci indica la Via  (= Cristo), ci accompagni
anche  quest’anno  per  una  nuova  esperienza  di  fede  semplificata  e
leggera che porta all’Evangelii gaudium!
p.s.: vi propongo il testo di un bel canto di lode  al Signore facilmente
rintracciabile on line:
Lode al Nome Tuo
1) Lode al nome tuo dalle terre più floride, dove tutto sembra vivere
lode al nome tuo.
Lode al nome tuo dalle terre più aride, dove tutto  sembra sterile
lode al nome tuo.
Tornerò a lodarti sempre per ogni dono tuo, e quando scenderà la
notte sempre io dirò:
Rit: Benedetto il nome del Signor lode al nome tuo.  Benedetto il
nome del Signor, il glorioso nome di Gesù, Tu doni e porti via tu
doni e porti via, ma sempre sceglierò di benedire Te. (2 v.).
2) Lode al nome tuo quando il sole splende su di me, quando tutto è
incantevole lode al nome tuo.
Lode al nome tuo quando io sto davanti a te, con il cuore triste e
fragile lode al nome tuo.
Tornerò a lodarti sempre per ogni dono tuo, e quando scenderà la
notte sempre io dirò:
Rit: Benedetto il nome del Signor lode al nome tuo.  Benedetto il
nome del Signor, il glorioso nome di Gesù, Tu doni e porti via tu
doni e porti via, ma sempre sceglierò di benedire Te. (2 v.).
In Luca 3, 21-22 leggiamo:
“Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il
battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito
Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo:
«Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto.”
Un saluto benedicente
p. Giorgio A. Pisano
Krosno (Polonia), 22/08/14 Festa di Maria Regina, vittoriosa in Lui!

Comunicazioni di p.Giorgio